Approfondimento:
interpretazioni dell'antichita' e valori attuali nell'Ottocento e nella prima meta' del Novecento.
Nel rifiutare il culto dell'antico come norma lo Zielinski accetta una posizione di gran lunga prevalente al suo tempo; inutile aggiungere che quella posizione resta sempre valida. Il culto dell'antico come norma fu proprio, com'è ben noto, di quella forma di cultura che chiamiamo classicismo. Qui non è il caso di chiarire che sotto quel nome si comprendono forme di cultura di notevole varietà per situazioni storiche e per orientamenti, né di rivendicare quanto di utile si ricavò dalla riscoperta e dall'interpretazione della cultura antica; importa solo ricordare che il culto dei classici come modelli, se riuscì a sopravvivere alla querelle des anciens et des modernes, se, anzi, si conciliò con la grande spinta progressiva dell'illuminismo, fu eliminato dai vari orientamenti di cultura che comprendiamo sotto il nome di romanticismo. Non per questo scomparve lo studio degli antichi, che nell'Ottocento ebbe una presenza e un'incidenza estese ben al di là degli ambienti accademici; direi, semplificando, che, se nell'antichità non si cercarono più modelli e norme, vi si cercarono spesso dei valori. Come già alcuni umanisti del primo Quattrocento, come parecchi illuministi e rivoluzionari del Settecento, i nostri patrioti risorgimentali credettero di ritrovare nella Roma repubblicana i loro ideali di libertà e il loro odio dei tiranni; nella Roma antica trovavano una legittimazione al loro sogno di un nuovo primato dell'Italia risorta. Il liberalismo inglese si rivolgeva con più vivo amore verso la libera Atene anteriore al dominio macedone; nel continente si sviluppò un'ideologia cesarista, che vagheggiava un potere forte e accentrato, sostenuto da un profondo consenso popolare; in Germania l'unificazione dei vari Stati tedeschi in uno Stato potente fu vista come un processo affine all'unificazione delle turbolente e rissose póleis greche nell'impero di Alessandro Magno. Fra le due guerre mondiali in Germania e in Italia si cercarono ancora più solidi agganci al mondo antico. Il nuovo umanesimo di Werner Jaeger indicò nella cultura greca classica, specialmente in Platone, la base solida e perenne per una fede nella superiorità spirituale dell'uomo sulla natura, dell'uomo cólto sul volgo, dell'uomo europeo, erede della cultura greca, sugli altri uomini: quella fede avrebbe dovuto servire a salvare i Tedeschi dal caos materiale, politico, etico in cui annaspavano dopo la sconfitta nella prima guerra mondiale: bisognava ancorarsi a valori antichi e stabili; dopo la seconda guerra mondiale lo Jaeger accentuò ancora il suo platonismo e valorizzò la sintesi di cultura greca e messaggio cristiano. Latinisti tedeschi si ancorarono ai valori della cultura latina che più servivano a cementare l'unità della società e dello Stato, ad assicurare nel popolo ordine, disciplina, devozione a un potere politico forte, laboriosità, spirito di sacrificio: fiorì, quindi, una letteratura, in parte tutt'altro che disprezzabile per l'impianto storico-sociologico e per la competenza, su fides, auctoritas, res publica, concordia ecc. È facile immaginare come questo orientamento desse un piccolo contributo alla nascita e alla crescita del nazismo. In Italia il fascio littorio simboleggiava la concordia delle classi, primo presupposto della grandezza di Roma antica; la Roma antica imperiale serviva a legittimare le aspirazioni dell'Italia fascista al dominio sul Mediterraneo e alle conquiste coloniali in Africa. Già nei secoli precedenti dall'antichità greca e latina si erano ricavate ispirazioni politiche e morali diverse, persino opposte, dal culto per la libertà repubblicana alla giustificazione della monarchia: Tacito, per esempio, fu considerato un maestro della ragion di Stato, insegnò a sopportare tiranni e re operando dignitosamente per il bene pubblico; il medesimo Tacito fra Settecento e Ottocento fu considerato anche come ispiratore dell'odio contro i tiranni; ma la varietà di ispirazioni e di interpretazioni certamente si arricchì nell'età, fecondissima di cultura, che va da Napoleone alla seconda guerra mondiale; se ciò dipende molto dalla libertà delle deformazioni ideologiche, molto dipende anche dal fatto che nell'antichità classica si comprende un millennio e mezzo di storia: su un arco di tanta ampiezza ognuno poteva ricavare un pezzo utile ai suoi fini, anche senza deformare troppo la verità storica; anzi va ricordato che, se le ispirazioni politiche diedero un buon contributo alle deformazioni, posero anche molti problemi nuovi, offrirono vivi stimoli alla ricerca, e costituirono le spinte più efficaci al progresso della storiografia sul mondo antico; purtroppo in alcuni casi non solo posero i problemi, ma pretesero di darne la soluzione in anticipo. Naturalmente dopo la rivolta romantica è molto difficile trovare, anche nelle opere di scrittori fedeli al classicismo, tragedie, commedie, liriche o poemi epici scritti secondo le norme che si ricavavano, o ci si illudeva di ricavare, dai poeti greci e latini; ma, più o meno efficaci, più o meno visibili, i fermenti delle letterature classiche sono ancora operanti anche in scrittori romantici, come, per esempio, Manzoni e Victor Hugo; sono più o meno noti i ritorni ai classici, con ispirazioni talvolta paganeggianti, dopo il romanticismo, in Francia, Italia, Germania (in Italia solo dopo Pascoli e D'Annunzio si avverte nella poesia un distacco più netto, e non senza eccezioni, dalla cultura classica). Si tratta, generalmente, di fiammate non molto durature, di non grande vigore; ma l'incidenza della cultura greca e latina, anche nell'Ottocento, fino a una parte del Novecento, non si misura dalle tracce delle letterature classiche nei motivi, nelle forme letterarie, nello stile, tracce, comunque, sempre assai lontane da quelle che appaiono vistosamente nel classicismo preromantico: l'incidenza si misura dal fatto che importanti svolte del pensiero implicano in misura non marginale una nuova interpretazione del pensiero antico, si misurano con esso. Il caso più evidente è quello di Nietzsche, che parte dalla riscoperta delle radici irrazionali della cultura greca per avanzare verso una delle più importanti e più radicali critiche del cristianesimo e del pensiero moderno; la filosofia di Heidegger cerca agganci essenziali nel pensiero presocratico, sia giusta o meno, sul piano storico, l'interpretazione che ne dà. Dopo Nietzsche, condizionata da Nietzsche, v'è stata in Germania una rinascita apollinea e platonica. Insomma, se il classicismo trovava modelli nell'antichità e si associava volentieri, ancora nell'Ottocento, con illuminismo e anche materialismo, l'anticlassicismo e la rivolta contro la ragione, fenomeni qualche volta uniti, hanno cercato radici in un nuova interpretazione dell'antichità, specialmente dell'antichità greca.
Nel lungo periodo a cui mi riferisco, la molteplicità di interpretazioni e di agganci è stata favorita anche dall'ampliarsi dell'orizzonte nella conoscenza dell'antichità greca e latina. Il classicismo privilegiava decisamente un'area non ampia della cultura antica: per la Grecia Omero e il periodo attico, con l'aggiunta di Pindaro, Teocrito e Plutarco, per Roma il periodo da Catullo e Lucrezio a Ovidio, con l'aggiunta di Tacito; dal romanticismo a oggi i gusti letterari, artistici, gl'interessi storici hanno scoperto, si può dire, intere aree: dapprima la cultura alessandrina ed ellenistica e, press'a poco nello stesso tempo, fra Ottocento e Novecento, i lirici arcaici e la scultura arcaica; in seguito Plauto, Seneca, la tarda cultura latina. Non si trattava, e non si tratta, di ridimensionare, come si dice oggi, gli scrittori che i classicisti prediligevano: questa sarebbe impresa velleitaria e arbitraria; si trattava, e si tratta, da un lato, di reinterpretarli. Un esempio istruttivo è quello di Sofocle: il classicismo di gusto winckelmanniano lo metteva molto in alto, ma un po' lo imbalsamava come il tragico sommo, dalla nobile e composta serenità; dopo Nietzsche, dopo Perrotta lo sentiamo come un tragico molto meno sereno, ma non meno potente; il culto di Sofocle costituiva un ostacolo alla giusta valorizzazione della grandezza di Eschilo: oggi siamo ben lontani da una tale situazione. Si trattava, e si tratta, d'altro lato, di rimuovere gli ostacoli che il classicismo poneva a una giusta lettura e comprensione di scrittori come i lirici greci prima di Pindaro, Callimaco, Plauto, Seneca, Agostino, Girolamo. Già prima dell'ultima guerra mondiale gli ostacoli erano stati rimossi, e oggi siamo lontani anche dal pericolo di cadere in assurdità come quelle dei decadentisti francesi di un secolo fa, che esaltavano Lucano o Apuleio per mettere al bando Virgilio e Orazio.
Antonio La Penna