sabato, 17 maggio 2008

News dalla redazione
Pankration magazine internazionale:
- E' partito il  Pankration magazine (rivista ufficiale del Pankration Group) internazionale in lingua inglese su
www.pankration.org.uk.
Il Pankration Magazine presentera' speciali approfondimenti, sunti di ricerche e fonti originali per collocarsi come rivista principale, a livello mondiale, nella diffusione conoscitiva ed informativa sugli sport agonali da combattimento antico e il loro mondo. Inoltre saranno fatte conoscere le metodologie della ricerca ma anche la sperimentazione tecnica. 

Nuove scoperte archeologiche a Tarquinia:
- Durante gli scavi di un cantiere edile, sono state portate alla luce 27 tombe nei pressi della collina di Monterozzi, dove sono situate le famose tombe dipinte.
Dalla ricognizione preliminare, effettuata dalla dott.ssa Maria Tecla Cataldi, direttrice del museo nazionale etrusco di Tarquinia e responsabile di zona della Soprintendenza, si tratterebbe di una vera e propria necropoli. Sono presenti pitture parietali con rappresentazioni di atleti. 

 

postato da: EDITORIAL BOARD alle ore 15:05 | |
categoria:news
mercoledì, 14 maggio 2008

Terminologia: Korykos
Korykos, plurale Korykoi. Sacchi di pelle di montone, vitello o capra, riempiti con diversi materiali (semi di fico, sabbia, cereali), usati per il condizionamento osseo-muscolare e per il potenziamento. Nel pugilato erano di dimensioni ridotte per l'allenamento dei pugni mentre nel pankration erano della grandezza di un uomo per soddisfare tutte le tecniche della disciplina.
La sala della palestra dove si trovavano i sacchi era chimata korykeion.
(Timocles frammento 31 Kassel-Austin; Filostrato sull'allenamento; Diogenianus 7.54; Oribasio  Collectiones medicae )
    

postato da: EDITORIAL BOARD alle ore 23:47 | |
categoria:terminologia
mercoledì, 14 maggio 2008

...Ecco perche' i romani disprezzavano gli atleti
I greci andavano pazzi per le gare sportive. Agli atleti vincitori dedicavano addirittura statue, come se fossero dei, e la loro effigie compariva perfino sulle monete. I Greci andavano pazzi per le gare sportive. E i Romani? « I Romani» scriveva Plutarco nel II secolo d.C. «pensano che niente abbia nuociuto ai Greci,
causando loro schiavitù e infiacchimento dei costumi, quanto i ginnasi e le palestre. Esse provocano infatti inerzia e ozio alla città, e perdita di tempo, e amori per i fanciulli; e poi i corpi dei giovani vengono corrotti dalla regola imposta al sonno, alle passeggiate e ai movimenti, così come dalla rigidezza della dieta. Per questi motivi (i Greci) abbandonarono senza accorgersene la pratica delle armi e preferirono essere considerati agili atleti e buoni ginnasti piuttosto che eccellenti soldati e cavalieri». Con queste parole, Plutarco ci mette di fronte ad una delle principali roman boxerdiversità che separavano la cultura greca da quella romana: i Greci amavano lo sport, i Romani lo disprezzavano. Il filosofo Seneca rincarava se possibile la dose: «bere e sudare è da malati» diceva «non da sani, e saltellare in continuazione è cosa da lavandai (che lo facevano per ammorbidire i tessuti, calpestandoli), non da uomini liberi». Ma perché poi i Romani avranno avuto tanta antipatia per lo sport? In un caso del genere, la cosa migliore resta sempre interrogare le parole. Il nostro termine .ginnastica. deriva direttamente dal greco gumnázein, che significa «esercitare il corpo». Solo che il verbo gumná-zein è a sua volta un derivato dall.aggettivo gumnós, che significa : nudo.. Per i Greci lo sport corrispondeva insomma all' atto di denudarsi. Essi lo facevano per rendere più agili i movimenti, certo, ma soprattutto per esporre liberamente il corpo allo sguardo dei cittadini.
Il fatto è che i Greci avevano una straordinaria ammirazione per la bellezza del corpo maschile nudo. Ciò detto, forse siamo in grado di capire perché i Romani avessero tanta antipatia per la pratica atletica. «Denudarsi fra i propri concittadini è l'inizio della vergogna! », scriveva già il poeta latino Ennio nel II secolo a. C. Il buon cittadino romano, infatti, si copriva da capo a piedi con la toga, non mostrava spudoratamente in pubblico le sue membra. E se doveva esercitare il proprio corpo, prendeva le armi e andava al Campo Marzio. Questo disprezzo per la nudità, e per chi la pratica, è un filo rosso che percorre tutta la cultura romana. Anche Tacito,molti secoli dopo Ennio, ci testimonia lo stesso sentimento. Nerone, diceva, ha infangato l'onorabilità dei più nobili fra i Romani, costringendoli a calcare le scene in occasione dei giochi intitolati a lui, i Neronia. Dopo di che continuava così: «cos'altro mancava se non che si spogliassero nudi per prendere il cesto, esercitandosi in questo tipo di battaglie invece che nel servizio militare e nelle armi?».
Che orrore, per un romano, spogliarsi nudo e gareggiare alla maniera dei Greci!
Maurizio Bettini

foto 1: Pavimento mosaico gallo-romano con scene di pugilato. 175 d.c.  Villelaure France

postato da: EDITORIAL BOARD alle ore 23:23 | |
categoria:nudita
domenica, 11 maggio 2008

Festival del mondo antico  Rimini e territorio, 12 - 15 giugno 2008
Si giunge quest'anno alla decima edizione di Antico/Presente nella forma ormai consolidata di "Festival del mondo antico" che dal 12 al 15 giugno 2008 rappresenterà una speciale occasione per immergersi nelle culture delle origini con la sensibilità dei contemporanei: l'appuntamento, ormai un classico, è guardato con attenzione anche dagli specialisti quale occasione che si offre al grande pubblico per diffondere il lavoro di archeologi, storici, filologi, letterati, politologi, filosofi, antropologi, teologi, operatori dello spettacolo, scienziati, etc., che a vario titolo entrano in relazione con la parola e le testimonianze degli antichi.
Una prima novità è costituita dalla recentissima musealizzazione di una vasta area di scavo al centro di Rimini che prende il nome di Domus del chirurgo, in omaggio all'eccezionale ritrovamento, tra gli altri di varie epoche, della antica e ricca abitazione (bellissimi i mosaici) del III secolo e del corredo medico chirurgico lì rinvenuto (circa 150 i soli strumenti chirurgici). Non a caso il festival si aprirà con un incontro internazionale, curato da Stefano De Carolis, annoverato tra gli appuntamenti del centenario della Società Italiana di Storia della Medicina che lo patrocina, intitolato Medici e pazienti logo%20festivalAnticonell'antica Roma. La Domus sarà anche il luogo in cui si alterneranno prestigiose visite guidate, a cominciare da quella condotta da Jacopo Ortalli, responsabile dello scavo, e anche eventi spettacolari, quali reading e musiche a chiusura delle giornate.
Sono circa un centinaio gli appuntamenti previsti, e di rilievo, come di consueto, gli ospiti che saranno protagonisti di commenti magistrali, dialoghi, approfondimenti, novità editoriali, ricostruzioni storiche (come quella di un processo romano per corruzione), itinerari inediti, etc.
Si tratterà dunque di una full immertion nella dimensione dell'antico, accompagnati da personalità della cultura italiana e straniera, come Alberto Angela, Maria Bettetini, Maurizio Bettini, Lorenzo Braccesi, Massimo Cacciari, Luciano Canfora, Umberto Curi, Marcel Detienne, Ivano Dionigi, Massimo Giuliani, Danielle Gourevitch, Tonino Guerra, Bettany Hughes, Ernst Künzl, Mario Vegetti, Lucio Villari, Maurizio Viroli, Franco Volpi e tanti altri.
Si proporranno molte visioni di oggetti e inediti archeologici, come quelli dello scavo in diretta della vicina necropoli etrusco villanoviana di Verucchio, o come i reportage di missioni italiane coordinati da Mario Luni, o collegati ai tanti itinerari proposti, anche in bicicletta, o addirittura in barca sotto l'antico ponte di Tiberio: tanti anche i testi con cui venire in contatto, da Omero allla Bibbia, da Plauto a Lao Tze, da Seneca a Nietzsche, dai Veda ad Agostino, etc.: non mancheranno incursioni nelle feste dei Romani, quelle che resistono tuttora in altre vesti, o, un po' scherzando, sugli usi ed abusi di detti e motti latini.
Anche il cinema avrà la sua parte, sia con una selezione dal Festival del cinema archeologico di Rovereto, sia con alcune chicche introdotte e commentate da Roberto Danese e Giuseppe Pucci.
Tanto lo spazio del gioco (tassativamente greco latino) per bambini e ragazzi (c'è persino, in spiaggia, la paletta dell'archeologo): per loro anche favole, tornei (ad es. quello dei latruncoli), divertimenti con i giocattoli e i banchetti dell'antica Roma, nonchè una "visita guidata plurisensoriale" alla domus del chirurgo a al museo archeologico e vari laboratori (con proposte interessanti anche per gli adulti, ai quali sono dedicate le suggestioni notturne di Ariminum, visite guidate con la sorpresa di incontrare Cesare, augusto e Adriano; la cucina, ovviamente dei romani, sarà gustabile in più di un locale.
per informazioni e il programma completo, sul sito:
http://antico.comune.rimini.it/

postato da: EDITORIAL BOARD alle ore 20:09 | |
categoria:appuntamenti
sabato, 10 maggio 2008
Allenamento: i piegamenti antichi                  
I piegamenti, sono tra gli esercizi, per il rafforzamento muscolare e articolare piu' antichi che si conoscano. G
ia' sulle rappresentazioni egiziane e mesopotamiche questo genere di ripetizioni flessive, veniva ritratto, non solo nella preparazione competitiva,  ma anche durante la preparazione alla guerra, per meglio abituare il corpo a sforzi intensi come quello di "portare" e "manovrare" armi e scudi.                           
Gli esercizi dei piegamenti  sulle braccia e sulle gambe sono passati, quasi invariati per millenni, dai ginnasi antichi alle nostre odierne palestre o caserme, rimanendo  sempre un esercizio semplice e1 non bisognoso di nessuna attrezzatura. 
I piegamenti sulle braccia venivano effettuati poggiando le braccia sul terreno alla stessa distanza  della larghezza delle spalle, all'altezza dei pettorali con le  gambe divaricate e leggermente flesse, le dita della mano aperte e il corpo quasi rigido molte volte curvato verso l'alto; il movimento era  alternato tra ripetizioni lentissime e  quelle veloci. Talvolta   era richiesto di rimanere, per  pochi istanti a qualche centimetro dal terreno, in tensione muscolare, per allenare oltre il muscolo anche i tendini della.
Tutto ciò sempre controllato dall'allenatore, che poteva punire con frustate il ritardo o l'anticipo del tempo di esecuzione. Questo sistema dell'alternare, lentezza e velocità, forza e potenza esplosiva, portava i tendini della spalla, del gomito, degli addominali e i flessori dell'anca a diventare piu' spessi, piu' elastici e molto piu' potenti. Inoltre come quelli eseguiti attualmente, tutti i muscoli della parte superiore del corpo vengono messi in gioco con la particolarità che le flessioni sulle braccia, sono  uno dei rari esercizi dove muscoli antagonisti lavorano insieme.
I piegamenti sulle gambe venivano effettuati, oltre per rafforzare  i quadricipi femorali, i polpacci e tutti gli altri muscoli minori della gamba, anche per far lavorare al massimo le articolazioni e i tendini del ginocchio e della caviglia. I piegamenti venivono compiuti sia sulle "punte" ma anche con il tallone a terra, il corpo perfettamente in perpendicolare ( ci si aiutava talvolta, per non sbilanciarsi e per trarne maggiore efficacia durante lo svolgimento, con l'accortezza di portare le mani e le braccia in avanti e indietro come il movimento effettuato dai rematori )  mentre i piedi erano distanti tra loro  ad una larghezza pari alla spalla. Questo movimento veniva realizzato lentamente, variando l'altezza del limite di flessione. Qualche volta, in determinati momenti del ciclo degli allenamenti antichi, i piegamenti venivano realizzati con un altro atleta sulle spalle, in una posizione di lotta, che ne aumentava il carico sia muscolare che di quello articolare ma aiutava anche nel mantenere l'equilibrio e la stabilita' durante questi determinati esercizi. In questo ultimo caso venivano anche effettuati in velocità esplosiva.

foto.1: da catalogare con copyright
foto.1: vaso ateniese a figure rosse,atleta durante i piegamenti sulle gambe, 430-420 a.c., Getty museum, Los Angeles
postato da: EDITORIAL BOARD alle ore 16:53 | |
categoria:curiosita, allenamento
sabato, 10 maggio 2008
Campioni del passato: Polidama da Scotussa
Uno degli atleti molto celebrati nel passato, vincitore della 93esima Olimpiade nel 408 a.c., ma che per un tragico destino, a noi è giunto poco delle sue gesta atletiche è Polidama (o Pulidamas in greco Πολυδάμας) di Scotussa, una cittadina della Tessaglia. Questo pancrazista fu onorato con una statua ad Olimpia, ma il suo modo di gareggiare e sulla sua vita c'è un fitto mistero, sappiamo solo che era un pancrazista temuto per la sua forza, le sue prese di potenza non lasciavano scampo agli avversari, i suoi pugni erano dei macigni che si abbattevano e si pensa che sia stato molto grosso. Nè sappiamo di più sulle sue avventure al di fuori degli stadi che portarono tanto clamore. Gli autori antichi lo paragonavano, per le sue gesta, al leggendario eroe greco Ercole. Come  quest'ultimo, che ammazzò il mitico leone di Nemea, anche Polidama uccise un leone a mani nude per provare la sua 1forza. Pausania, scrittore greco scrive: "...andò in mezzo ad una mandria di bestie, afferrò il toro più grosso e selvatico per una delle zampe posteriori, tenendo fermo lo zoccolo nonostante i salti e gli sforzi del toro, finchè alla fine quello tiro con tutta la sua forza e scappò, lasciando lo zoccolo nella presa di Polidama". Le leggende, che fiorirono, su Polidama nel mondo antico, si diffusero in molti luoghi e divvenero talmente confuse da confondere la realtà del personaggio con la mitologia popolare creata con il tempo.
Le gesta eroiche di questo campione arrivarono anche in Persia, dove il Re Dario  lo invitò nella sua Terra precisamente nella citta' di  Susa, nemica accerrima della Grecia, per farlo sfidare da tre combattenti persiani, chiamati gli "immortali" per la loro forza ed astuzia. Per il mondo greco, combattere al di fuori delle competizioni regolamentari, dalle gare agonali, era una cosa impensabile, ma i persiani che non  vedevano di buon occhio il mondo atletico (come descritto da Luciano nell' Anacarsi) volevano uno scontro cruento, violento fino alla morte al di fuori da ogni regola di gara. Polidama accettò senza batter ciglio e si presentò al combattimento, dove egli affrontò  tutti e tre con poco tempo per riposare tra uno e l'altro "incontro". Ne  ammazzo due e fece scappare l'ultimo combattente in preda alla paura, tutti i persiani rimasero sconvolti da tale potenza. La visione atletica e dell'allenamento  greco incomincio' cosi' ad incuriosire anche popoli nemici. 
Anche per questo episodio, come ad altre avventure, Polidama fu eccelso alla leggenda ma sfortunatamente la sua morte arrivò imprevista un giorno in cui si riposava con dei suoi compagni in una caverna, la quale incominciò a franare su di loro. Polidama confidando nella sua forza e sulla sua potenza, cercò di reggere e sostenere il soffitto della caverna, gli amici fuggirono in tempo ma lui mori travolto dalla frana. Questa tragedia lo trasportò nella mitologia e nella storia che anche noi dopo 2400 anni ricordiamo.


foto:Testa  di statua da Olimpia rappresentante Polidama.
postato da: EDITORIAL BOARD alle ore 16:27 | |
categoria:atleti
sabato, 26 aprile 2008
100x10     L'Atleta di Taranto alle Olimpiadi di Pechino
Tra luglio e settembre l'Atleta di Taranto, il campione olimpionico del VI secolo che "riposa" nel Museo nazionale di Taranto, sarà il "testimonial" dell'originale spirito olimpico alle Olimpiadi di Pechino, la cui inaugurazione è in programma per l'8 agosto. Anche se mancano i dettagli definitivi relativi allapartenza, i preparativi sono ormai in fase avanzata, mancando soltanto sessanta giorni all'inaugurazione della grande esposizione che accompagnerà l'evento olimpico e che sarà realizzata nella Città segreta della capitale cinese.
Di sicuro, ci spiega la direttrice del Museo nazionale, Antonietta Dell'Aglio, alla quale ci siamo rivolti per aveva qualche ragguaglio, a Pechino saranno inviate le tre anfore panatenaiche a figure nere e l'alàbastron, che erano parte del corredo funerario dell'atleta, mentre saranno copiati con la tecnica innovativa del laser scanner sia il sarcofago che lo scheletro dell'atleta.
Entrambi questi reperti, infatti, per la loro estrema delicatezza, non possono essere spostati. I preziosi reperti sono "impacchettati" e custoditi al secondo piano del Museo nazionale, dove saranno esposti al pubblico, una volta terminati i lavori di ristrutturazione, e saranno parte del percorso iniziale dell'allestimento definitivo del percorso museale, appartenendo ad un epoca precedente a quella ellenistica, sulla quale si incentra l'allestimento ora visitabile al primo piano.
"L'impiego del laser scanner - ci spiega Augusto Ressa, responsabile per Taranto della soprintendenza ai Beni culturali e ambientali della Puglia - consente una riproduzione fedelissima dei reperti, già utilizzata, dal Museo, per realizzare la copia della cariatide di Vaste, il cui originale, rinvenuto a Poggiardo, è conservato al Museo Castromediano di Lecce, che completa la ricostruzione della tomba delle cariatidi ricomposta nel Museo".
A realizzare la copia dei reperti, che potranno essere utilizzati anche per altre esposizioni, sarà un'impresa della provincia di Bari, che porterà la raffinata tecnologia al Museo per effettuare la "lettura" e poi riprodurre con una precisione tale da riprodurre anche i rilievi più insignificanti. Le tre anfore che viaggeranno alla volta della Cina rappresentano scene "sportive". Da un lato è raffigurata Athena Promakos, cioè combattente, mentre sull'altro lato sono raffigurate, rispettivamente: una corsa di quadrighe, una scena di lotta e una scena di pentatlon.
Accanto alle anfore fu rinvenuto anche un frammento di un'altra anfora sulla quale è anche raffigurata Athena. L'alàbastron, invece, era un contenitore di essenze profumate. Per quanto riguarda, invece, il prestito dal Pergamon Museo di Berlino della Dea in trono di Taranto (la cosiddetta Persefone Gaia), la direttrice del Museo conferma l'intesa di massima raggiunta tra le istituzioni italiane e quelle tedesche. Insomma, ciò che non fu possibile nel 1997, quando la Persefone avrebbe dovuto essere esposta alla grande mostra di Venezia "I Greci d'Occidente", poichè l'allora direttore del Pergamon preferì scongiurare la partenza della statua, per via del delicato stato di conservazione, dovrebbe essere possibile quest'anno.
Ma forse pesarono anche, in quell'occasione, le rivendicazioni di una restituzione a Taranto della statua che, ricordiamo, fu acquistata a Parigi nel 1915, e non può certo essere restituita, come non lo sono tantissimi reperti provenienti di Taranto e presenti nei Musei di tutto il mondo. "Sappiamo che l'analisi della statua rivelò, in quell'occasione, una microfrattura del marmo, non sappiamo nulla, invece, della richiesta di restauro che sarebbe stata avanzata dal Museo tedesco al nostro ministero per i Beni culturali".
Anche in questo caso sarebbe autorizzata la realizzazione di una copia fedelissima della statua che resterebbe nel Museo di Taranto 
Silvano Trevisani

 
L'atleta in viaggio verso la Cina
I trofei vinti dal famoso atleta di Taranto, vissuto nel V secolo a.C., la cui fama fu conosciuta in un tutto il mondo antico, saranno esposti a Pechino in occasione delle Olimpiadi 2008. Le preziose anfore panatenaiche, tre in tutto, che vennero rinvenute intorno al sontuoso sarcofago dell’eroe sportivo magno greco, la cui tomba venne rinvenuta in via Genova nel 1959, non sono state ancora esposte nelle collezioni che oggi animano le sale del rinnovato Museo Archeologico, il MArTa. Proprio per questo il direttore del museo, la dottoressa Antonietta Dell’Aglio, ha dato il benestare per questa presenza dei nostri reperti in Cina, in caso contrario non avrebbe permesso che l’allestimento tarantino venisse privato di un elemento così importante. Le anfore, insieme all’alabastron, il contenitore per l’olio con cui l’atleta cospargeva il corpo prima della gara, costituiranno forse l’aspetto più affascinante di un evento, quale appunto le Olimpiadi, che mai come in questa edizione sta suscitando una serie di polemiche a causa delle persecuzioni della Cina (ospitante della manifestazione) nei confronti del popolo tibetano. Nel mondo antico le Olimpiadi erano il simbolo delathletes procession rispetto dell’avversario, di competizione corretta e spettacolare che metteva in evidenza la possenza del corpo umano, la sua resistenza, la forza, la perfezione e l’armonia delle forme. Ma questo importante appuntamento quadriennale con lo sport era anche un momento di incontro e di confronto tra i diversi popoli, dove le guerre venivano sospese per dare la possibilita' a chiunque di andare a vedere uno degli appuntamenti piu' importanti dell' antichita'. Anche gli Dei partecipavano ad Olimpia: "la casa di Zeus".
Ma al tempo di oggi la crudeltà che la Cina continua a dimostrane nella repressione del popolo Tibetano che cerca di affermare, pacificamente, il proprio diritto alla libertà ed all’indipendenza dal regime cinese, rappresentano uno schiaffo al significato della manifestazione stessa, destituendola di fatto della sua importanza. L’indignazione di molti Stati per quanto sta avvenendo a scapito del popolo Birmano, ha spinto in alcuni casi alla scelta di boicottare l’appuntamento olimpico. E chissà cosa avrebbe detto il nostro antico atleta, che qualcuno un po’ forzatamente identifica con Icco, se avesse saputo che un giorno i simboli delle sue vittorie, della gloria riportata negli agoni sportivi, sarebbero diventati “scomodi” testimoni di un sentimento di fratellanza in una terra che, nel terzo millennio, continua a porre la repressione come strumento di governo.

Le raffigurano con arte e delicatezza le prove sportive sostenute dall’atleta durante i giochi panatenaici, festeggiamenti che si tenevano ogni quattro anni in onore della dea Atena, nei quali i tarantini si sono sempre particolarmente distinti. Una scena di pugilato, lancio del disco, ed infine una gara con quadrighe, testimoniano anche l’alto rango del misterioso personaggio tarantino del V secolo a.C. Di quei successi è a noi rimasta una serie di testimonianze nei ricchi e sontuosi corredi funebri che hanno ornato i sepolcri di quegli eroi dello sport, che hanno caratterizzato un’intera epoca della Taranto greca, e che al loro rientro in patria vennero considerati ed osannati come divinità. Si era diffusa la voce che sarebbe stato esposto a Pechino anche il prezioso sarcofago con le spoglie del famoso atleta, ulteriore testimonianza degli onori che gli vennero conferiti dai tarantini anche al momento della morte. La Soprintendenza ha però escluso questa possibilità per motivi di sicurezza. Sarà però esposta a Pechino una stampa che ne illustra la fattura e le caratteristiche.
postato da: EDITORIAL BOARD alle ore 16:18 | |
categoria:atleta di taranto
sabato, 26 aprile 2008

Novita' editoriali: Storia Greca 
8842075140In una grande sintesi di eccezionale qualità, l’intera parabola del mondo greco: dal tempo dei palazzi micenei alla nascita della polis, fino alla dominazione romana. In questo libro, che costituisce l’espressione culminante della più prestigiosa antichistica italiana, Musti legge la grande storia dei Greci attraverso i loro occhi e ne illumina la cultura e la mentalità, i valori fondamentali delle comunità greche – libertà, autonomia, isotes (equità ed eguaglianza), democrazia, in una parola la grandiosa complessità culturale di un popolo che ha racchiuso in sé un intero ‘inventario di archetipi’, esperienze esemplari e comuni a tutte le civiltà. Come scrive Domenico Musti: «Il modo più autentico di mostrare rispetto per la storia dei Greci è sentirla e trattarla, innanzitutto e semplicemente, come storia di gente che ha vissuto. L’esperienza dei Greci non è librata sulla vita e lontana da essa; è la vita stessa e la realtà nella diversità delle sue manifestazioni: con in più però qualcosa che ne fa un precedente grandioso per tutta l’esperienza umana, cioè la coscienza, la riflessione, la teorizzazione, la parola che le ha espresse, la scrittura che ha dato alla parola forma stabile e, a suo modo, definitiva».
Domenico Musti :Storia Greca. Laterza,2006. 

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categoria:novita editoriali
sabato, 26 aprile 2008

42x20 Approfondimento:
interpretazioni dell'antichita' e valori attuali nell'Ottocento e nella prima meta' del Novecento. 

Nel rifiutare il culto dell'antico come norma lo Zielinski accetta una posizione di gran lunga prevalente al suo tempo; inutile aggiungere che quella posizione resta sempre valida. Il culto dell'antico come norma fu proprio, com'è ben noto, di quella forma di cultura che chiamiamo classicismo. Qui non è il caso di chiarire che sotto quel nome si comprendono forme di cultura di notevole varietà per situazioni storiche e per orientamenti, né di rivendicare quanto di utile si ricavò dalla riscoperta e dall'interpretazione della cultura antica; importa solo ricordare che il culto dei classici come modelli, se riuscì a sopravvivere alla querelle des anciens et des modernes, se, anzi, si conciliò con la grande spinta progressiva dell'illuminismo, fu eliminato dai vari orientamenti di cultura che comprendiamo sotto il nome di romanticismo. Non per questo scomparve lo studio degli antichi, che nell'Ottocento ebbe una presenza e un'incidenza estese ben al di là degli ambienti accademici; direi, semplificando, che, se nell'antichità non si cercarono più modelli e norme, vi si cercarono spesso dei valori. Come già alcuni umanisti del primo Quattrocento, come parecchi illuministi e rivoluzionari del Settecento, i nostri patrioti risorgimentali credettero di ritrovare nella Roma repubblicana i loro ideali di libertà e il loro odio dei tiranni; nella Roma antica trovavano una legittimazione al loro sogno di un nuovo primato dell'Italia risorta. Il liberalismo inglese si rivolgeva con più vivo amore verso la libera Atene anteriore al dominio macedone; nel continente si sviluppò un'ideologia cesarista, che vagheggiava un potere forte e accentrato, sostenuto da un profondo consenso popolare; in Germania l'unificazione dei vari Stati tedeschi in uno Stato potente fu vista come un processo affine all'unificazione delle turbolente e rissose póleis greche nell'impero di Alessandro Magno. Fra le due guerre mondiali in Germania e in Italia si cercarono ancora più solidi agganci al mondo antico. Il nuovo umanesimo di Werner Jaeger indicò nella cultura greca classica, specialmente in Platone, la base solida e perenne per una fede nella superiorità spirituale dell'uomo sulla natura, dell'uomo cólto sul volgo, dell'uomo europeo, erede della cultura greca, sugli altri uomini: quella fede avrebbe dovuto servire a salvare i Tedeschi dal caos materiale, politico, etico in cui annaspavano dopo la sconfitta nella prima guerra mondiale: bisognava ancorarsi a valori antichi e stabili; dopo la seconda guerra mondiale lo Jaeger accentuò ancora il suo platonismo e valorizzò la sintesi di cultura greca e messaggio cristiano. Latinisti tedeschi si ancorarono ai valori della cultura latina che più servivano a cementare l'unità della società e dello Stato, ad assicurare nel popolo ordine, disciplina, devozione a un potere politico forte, laboriosità, spirito di sacrificio: fiorì, quindi, una letteratura, in parte tutt'altro che disprezzabile per l'impianto storico-sociologico e per la competenza, su fides, auctoritas, res publica, concordia ecc. È facile immaginare come questo orientamento desse un piccolo contributo alla nascita e alla crescita del nazismo. In Italia il fascio littorio simboleggiava la concordia delle classi, primo presupposto della grandezza di Roma antica; la Roma antica imperiale serviva a legittimare le aspirazioni dell'Italia fascista al dominio sul Mediterraneo e alle conquiste coloniali in Africa. Già nei secoli precedenti dall'antichità greca e latina si erano ricavate ispirazioni politiche e morali diverse, persino opposte, dal culto per la libertà repubblicana alla giustificazione della monarchia: Tacito, per esempio, fu considerato un maestro della ragion di Stato, insegnò a sopportare tiranni e re operando dignitosamente per il bene pubblico; il medesimo Tacito fra Settecento e Ottocento fu considerato anche come ispiratore dell'odio contro i tiranni; ma la varietà di ispirazioni e di interpretazioni certamente si arricchì nell'età, fecondissima di cultura, che va da Napoleone alla seconda guerra mondiale; se ciò dipende molto dalla libertà delle deformazioni ideologiche, molto dipende anche dal fatto che nell'antichità classica si comprende un millennio e mezzo di storia: su un arco di tanta ampiezza ognuno poteva ricavare un pezzo utile ai suoi fini, anche senza deformare troppo la verità storica; anzi va ricordato che, se le ispirazioni politiche diedero un buon contributo alle deformazioni, posero anche molti problemi nuovi, offrirono vivi stimoli alla ricerca, e costituirono le spinte più efficaci al progresso della storiografia sul mondo antico; purtroppo in alcuni casi non solo posero i problemi, ma pretesero di darne la soluzione in anticipo. Naturalmente dopo la rivolta romantica è molto difficile trovare, anche nelle opere di scrittori fedeli al classicismo, tragedie, commedie, liriche o poemi epici scritti secondo le norme che si ricavavano, o ci si illudeva di ricavare, dai poeti greci e latini; ma, più o meno efficaci, più o meno visibili, i fermenti delle letterature classiche sono ancora operanti anche in scrittori romantici, come, per esempio, Manzoni e Victor Hugo; sono più o meno noti i ritorni ai classici, con ispirazioni talvolta paganeggianti, dopo il romanticismo, in Francia, Italia, Germania (in Italia solo dopo Pascoli e D'Annunzio si avverte nella poesia un distacco più netto, e non senza eccezioni, dalla cultura classica). Si tratta, generalmente, di fiammate non molto durature, di non grande vigore; ma l'incidenza della cultura greca e latina, anche nell'Ottocento, fino a una parte del Novecento, non si misura dalle tracce delle letterature classiche nei motivi, nelle forme letterarie, nello stile, tracce, comunque, sempre assai lontane da quelle che appaiono vistosamente nel classicismo preromantico: l'incidenza si misura dal fatto che importanti svolte del pensiero implicano in misura non marginale una nuova interpretazione del pensiero antico, si misurano con esso. Il caso più evidente è quello di Nietzsche, che parte dalla riscoperta delle radici irrazionali della cultura greca per avanzare verso una delle più importanti e più radicali critiche del cristianesimo e del pensiero moderno; la filosofia di Heidegger cerca agganci essenziali nel pensiero presocratico, sia giusta o meno, sul piano storico, l'interpretazione che ne dà. Dopo Nietzsche, condizionata da Nietzsche, v'è stata in Germania una rinascita apollinea e platonica. Insomma, se il classicismo trovava modelli nell'antichità e si associava volentieri, ancora nell'Ottocento, con illuminismo e anche materialismo, l'anticlassicismo e la rivolta contro la ragione, fenomeni qualche volta uniti, hanno cercato radici in un nuova interpretazione dell'antichità, specialmente dell'antichità greca.
Nel lungo periodo a cui mi riferisco, la molteplicità di interpretazioni e di agganci è stata favorita anche dall'ampliarsi dell'orizzonte nella conoscenza dell'antichità greca e latina. Il classicismo privilegiava decisamente un'area non ampia della cultura antica: per la Grecia Omero e il periodo attico, con l'aggiunta di Pindaro, Teocrito e Plutarco, per Roma il periodo da Catullo e Lucrezio a Ovidio, con l'aggiunta di Tacito; dal romanticismo a oggi i gusti letterari, artistici, gl'interessi storici hanno scoperto, si può dire, intere aree: dapprima la cultura alessandrina ed ellenistica e, press'a poco nello stesso tempo, fra Ottocento e Novecento, i lirici arcaici e la scultura arcaica; in seguito Plauto, Seneca, la tarda cultura latina. Non si trattava, e non si tratta, di ridimensionare, come si dice oggi, gli scrittori che i classicisti prediligevano: questa sarebbe impresa velleitaria e arbitraria; si trattava, e si tratta, da un lato, di reinterpretarli. Un esempio istruttivo è quello di Sofocle: il classicismo di gusto winckelmanniano lo metteva molto in alto, ma un po' lo imbalsamava come il tragico sommo, dalla nobile e composta serenità; dopo Nietzsche, dopo Perrotta lo sentiamo come un tragico molto meno sereno, ma non meno potente; il culto di Sofocle costituiva un ostacolo alla giusta valorizzazione della grandezza di Eschilo: oggi siamo ben lontani da una tale situazione. Si trattava, e si tratta, d'altro lato, di rimuovere gli ostacoli che il classicismo poneva a una giusta lettura e comprensione di scrittori come i lirici greci prima di Pindaro, Callimaco, Plauto, Seneca, Agostino, Girolamo. Già prima dell'ultima guerra mondiale gli ostacoli erano stati rimossi, e oggi siamo lontani anche dal pericolo di cadere in assurdità come quelle dei decadentisti francesi di un secolo fa, che esaltavano Lucano o Apuleio per mettere al bando Virgilio e Orazio.
Antonio La Penna

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sabato, 26 aprile 2008

Allenamenti e tecniche di pankration
Gli allenamenti nel mondo antico greco-romano negli agoni da combattimento, sono simili a quelli che vengono effettuati dai professionisti ai giorni nostri. Simili perchè in antichita' i tipi di esercizi, di allenamenti, di metodologie nell' uso di attrezzi (sacchi e colpitori), ma anche di una certa mentalità competitiva, non sono distanti da quelli usati attualmente dal pugilato, dalle molte forme di lotta o dagli attuali sport da combattimento totali, le MMA.
Molte volte nell'immaginario collettivo lo sport del mondo classico è visto come qualcosa di barbaro, di rozzo e molto "violento"...tante persone confusamente lo relegano al mondo gladiatorio o alla guerra antica, a visioni di morte e momenti oscuri. Ma lo sport, anche se in valenze diverse, ha avuto sempre gli stessi concetti, la stessa complessità e lo stesso studio che anche oggi qualsiasi atleta attua con il proprio agire.
Il Pankration che ricordiamo era una miscela di tecniche di pugilato, di lotta e di particolarita' solo di questo sistema, era uno sport totale dove, in gara, gli unici divieti erano quelli di non graffiare e mordere.
Un allenamento di pancrazio vedeva  esercizi per la preparazione fisica come quella: muscolare, ossea-articolare e nervosa. C'era una parte di "riscaldamento" (anche se il massaggio con olio di oliva effettuato prima dell'allenamento aveva già irrorato i muscoli di sangue), che come ci descrive Galeno,  veniva  fatta con dei movimenti  roteatori per le articolazioni, di flessione per contrarre muscoli, e degli allungamenti di tensione che abituavano pian piano il corpo allo sforzo successivo (il cosiddetto stretching non esisteva come lo conosciamo noi).
Prima dell'allenamento di lotta veniva fatto un prepotenziamento particolare, per preparare i principali muscoli ad essere sollecitati nella potenza in quella fase di combattimento.  
Il potenziamento vero e proprio si effettuava pero' a fine allenamento; era molto duro; prevedeva un unica serie per esercizio, come flessioni e piegamenti ed altri, con ripetizioni fino allo sfinimento dell'atleta. Ol
tre la parte fisica, che prevedeva molte altre particolarità come l'allenamento al "fiato" da lottatore, la parte principale, quella metodologico-tecnica, era un insieme di pratiche ben distinte.
La shadow boxing, il pugilato dell'ombra, il quale nome antico era Skiamachia  , e che consisteva nell' esercitazione di tecniche a vuoto statiche o in movimento; nel mondo antico, si usava un flauto di accompagnamento ritmico chiamato Aulos che dava il "tempo" alle esecuzioni. 
La Schmata invece era lo studio di speciali  "figure", combinazioni di tecniche, che venivano allenate con l'aiuto di un altro atleta. I korikos erano i colpitori e i sacchi, usati sia per aumentare la potenza esplosiva ma anche per il condizionamento di determinate parti del corpo (pugni, tibie, polsi, ginocchia, gomiti, collo, ecc.). Questi colpitori erano più duri di quelli attuali e il lavoro di pugno veniva effettuato senza l'aiuto di guantini, anche per irrobustire i tendini e le articolazioni dei polsi.
Lo sparring era diviso in leggero totale, Akrocherismos, e in  quello di pugni, Sphairomachia, che come ci annuncia il termine usato, veniva effettuato con l'uso di sfere, di guantoni rotondi, simili ai quelli attuali da 10 once, ma dove il pollice era inserito nel globo di pelle. Oltre ciò c'era il "grappling" proprio della lotta e lo "sparring" a contatto totale tipico del pankration.
Le tecniche vedevano quelle di attacco e difesa del pugilato Pygmachia, quelle di lotta in piedi Orthepale o Stadaia pale, di lotta a mezza altezza kuliosis (con lo stesso termine era indicata anche una fase della lotta a terra quella "dell'arrotolamento") e di lotta al suolo  chiamata Alendisis o kato pale. C'erano inoltre  tecniche tipiche e caratteristiche solo del pancrazio, le Pankration techne; queste vedevano  lo studio dell' uso dei gomiti, della testa , delle ginocchia, dei calci e di altre particolarità "miscelate" per un combattimento totale, e che fino all'avvento di discipline come il Vale Tudo o le odierne MMA, non esistevano, cosi organizzate, nel panorama sportivo moderno e contemporaneo. 
Anche se suddivise nell'insegnamento, le  tecniche di lotta, erano di gran numero secondo il tipo di altezza di combattimento; c'erano nella lotta in piedi: quelle a contatto Hamma e quelle a distanza Stadaia, strangolamenti Achein, spazzate Apopternizein, prese al collo Trachelizein, proiezioni al suolo katabletike,  leve Echein, prese ai polsi Dialam Banein e leve alle dita Akrokerismos, speciali agganci agli arti Ankyrizein, prese al tronco Meson Echein e alle gambe Hyposkelizein. C'erano anche i trascinamenti Reiyon,  le spinte Drattein e le proiezioni Rassein, nella lotta a mezza altezza Kuliosis, come anche i strangolamenti Achein, le spinte Helkein e le prese Echein nella lotta al suolo
Kato pale.
Davide Ferro

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categoria:tecniche, allenamento
lunedì, 21 aprile 2008

La nudita' nell'agonistica greca
Gli autori greci scrivevano per la loro comunita' e non sentirono mai la necessita' di giustificare o spiegare la pratica della nudita'. Cio' puo' sembrare strano. sopprattutto se si pensa che presso gli altri imperi contemporanei al mondo greco: romani e persiani, il solo mostrarsi nudi in pubblico era considerato vergognoso e dettestabile e qualche volta punibile. Anche gli etruschi, piu' vicini alla cultura greca, disprezzavano tale "costume".
Due scrittori di eta' imperiale, Pausania e Luciano, suggeriscono delle spiegazioni; Pausania ricorda un certo Orsippo, uomo politico di Megara che era stato in gioventu' un atleta, e lo descrive come il primo a denudarsi: "Orsippo vinse ad Olimpia nello stadio (la corsa) correndo nudo, mentre gli altri gareggiavano, secondo il costume antico, con il perizoma;  credo comunque che volontariamente egli lascio' cadere il perizoma, ben sapendo  che un uomo nudo corre con piu' scioltezza di uno cinto dal perizoma". A questa argomentazione piuttosto semplice, Luciano di Samostata, piu' o meno negli stessi anni dell'autore precendente, ne' aggiuge una piu' attendibile, anche perche' era attribuita ad un personaggio storico rappresentativo: Solone di Atene, il quale illustra proprio ad un "barbaro" Sciita, Anacarsi, le pratiche e l'etica dei ginnasi greci: "dovendo comparir nudi davanti a tanta gente, i giovani, avranno cura dei propri corpi, per non vergognarsene denudandosi, e ciascuno vorra' per ogni verso parere degnissimo della vittoria".
Si tratta di una visione della bellezza corporale alla base del nostro concetto moderno di corpo che in piu' di duemila il cristianesimo ha cercato con tutte le forze di sradicare. In tutti questi secoli la visione greca ha affascinato gli artisti di ogni luogo e pensiero. Ma questa "strano" costume greco, non presente agli albori del mondo ellenico (infatti nell' Iliade e nell' Odissea gli eroi gareggiano con il perizoma),  che ha accompagnato tutta la storia del mondo classico, secondo lo storico Tucidide la tradizione nasce a Sparta: "I Lacedemoni (Spartani) furono i primi a mostrarsi nudi e a spogliarsi in pubblico, ungendosi di grasso durante le esercitazione ginniche. Una volta anche nei giochi olimpici gli atleti gareggiavano con una fascia attorno ai genitali, e non sono passati molti anni da quando si e' smesso di farlo. Ancor oggi tra quelli dell'Asia, presso i quali vengono indetti agoni di pugilato e di lotta, ed essi li praticano con la fascia. Anche per molti altri aspetti si potrebbe dimostrare che un tempo i Greci vivevano in modo simili a quello dei barbari di oggi".
Dal discorso di Tucidide risulta chiara almeno una cosa : la pratica della nudita' atletica era per i Greci uno degli elementi principali della distinzione tra il loro modo di vivere e quello dei barbari. Altrettanto si poteva dire, della frequentazione dei ginnasi (letteralmente: luoghi dove ci si denuda) o delle palestre. In altro modo gli ellenici guardavano con sospetto le altre culture che usavano coprirsi le parti genitali quando non ce ne era bisogno, ma nello stesso tempo, come alcuni vasi greci esportati in Etruria in antichita' ci mostrano, i greci per un certo verso (o per business...) cercavano di "intendere" le altre culture; infatti le figure nude, rappresentate nell'arte vaseale, erano ricoperte nelle aree genitali con un perizoma bianco, proprio per non mettere a disagio i compratori etruschi.

foto 1: Monumento funerario per un atleta greco. Periodo arcaico, circa 550 a.c. In marmo dal monte Pentelikon vicino Atene. Museo delle arti, Boston. 
foto 2: Vaso dall'Etruria, da catalogare.   
 

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categoria:nudita
mercoledì, 16 aprile 2008

News dalla redazione
Nasce in questi giorni Il Pankration Group che prende il posto del Pankration Research Institute. Questa scelta e'  dovuta al bisogno di creare un team autonomo che potra' collaborare con le molte istituzioni del settore senza dover essere soggetta unicamente alla "regolamentazione" di poche corporazioni. Si potranno cosi' soddisfare le possibilita' di far conoscere i sunti delle ricerche, i risultati delle nostre sperimentazioni, la creazione di meccanismi mediatici per l'informazione sull' argomento, ma piu' importante, il controllo autonomo dei nostri lavori basati negli anni scorsi, su normative di copyright, che non davano la possibilita' della loro diffusione. Il Pankration Group sara' formato da: Davide Ferro, Mike Hampson, Andrea Galli, Stefania di Paola, Paul Ryker, Michele de Giorgi. Inoltre il gruppo collaborera' nella sperimentazione atletica del Pankration con atleti di MMA ( Gli odierni sport per il combattimento totale). Nei prossimi giorni notizie dettagliate.



OLIMPIADI: MITI E LEGGENDE

Ercole, padre dei giochi olimpici
Sono molte le leggende che attribuiscono ai personaggi della mitologia greca il merito dell'istituzione dei giochi olimpici.
na di queste si riferisce alla settima fatica di Ercole; non essendo stato adeguatamente compensato dal re Augia per la pulizia delle sue immense stalle, il figlio di Zeus tornò con un esercito, uccise Augia e poi, per ringraziare il padre, organizzò i giochi olimpici. Anche Pausania affermò che era Ercole il padre dei giochi, anche se la sua storia differiva dalla prima: secondo lo storico greco, infatti, Ercole fece gareggiare i suoi fratelli in una corsa ad Olimpia, nei pressi di un tempio edificato in onore di Cronos e poi premiò il vincitore con una ghirlanda di rami d'olivo. Decise in seguito di far ripetere la gara ogni quinto anno, perché cinque erano i fratelli, e chiamò "Olimpie" i giochi. Pindaro, nella prima "Olimpica", attribuiva a Pelope l'istituzione dei giochi. Ucciso dal padre Tantalo e resuscitato da Zeus, Pelope vinse con la corruzione Enomao, re dei Pisati, nella corsa dei carri ed ottenne in tal modo la mano di Ippodamia, figlia del re. A seguito della sconfitta Enomao si uccise e lo stesso Pelope decise di istituire le "Olimpie" per onorarne la memoria.
                      
Dalla Leggenda alla storia 
Pausania affermò che fu Ifito, re dell'Elide, su consiglio di Licurgo, autore della costituzione spartana, a ristabilire le Olimpiadi in un periodo che verosimilmente può essere riferito al nono secolo avanti Cristo. Ifito fece di Olimpia un territorio neutrale e dispose la tregua d'armi in tutto il paese durante lo svolgimento dei giochi. E' plausibile, pertanto, che le Olimpiadi siano nate per una necessità di pace, per offrire cioè momenti di tregua alle popolazioni impegnate in continue e sfibranti operazioni di guerra. E i greci rispettarono l'impegno di riporre le armi durante le "Olimpie". Non si è verificata purtroppo la stessa cosa nel ventesimo secolo, per quanto riguarda i giochi delle Olimpiadi moderne, già annullati in tre occasioni dalla loro istituzione: nel 1916, nel 1940 e nel 1944.

Il primo e l'ultimo vincitore delle antiche olimpiadi
Il primo vincitore olimpico di cui si conosca il nome era un cuoco originario dell'Elide: si chiamava Koroibos e s'impose nel 776 avanti Cristo nella gara di velocità, l'unica disputata in quella Olimpiade. E' dello storico siracusano Timeo il merito d'aver portato all'onore delle cronache il nome dell'atleta. Oggi si afferma che è proprio il 776 l'anno d'inizio delle antiche Olimpiadi, anche se tale data non è stata confermata dagli scienziati che hanno fatto ricerche in quei luoghi. L'archeologo Wilhelm Dorpfeld, ad esempio, asserì che nella zona di Olimpia esistevano resti di un insediamento preistorico risalente alla prima metà del secondo millennio avanti Cristo, ma secondo l'Istituto Archeologico Germanico l'edificazione dello stadio avvenne verso la metà del sesto secolo avanti Cristo. E' probabile che il 776 non corrisponda all'anno d'inizio dei giochi olimpici, ma fu da quella data che si cominciò a tenere l'elenco dei vincitori. Nulla si conosce dell'epoca antecedente. Si sa, invece, che i greci erano puntualissimi nella celebrazione dei loro giochi: ogni quattro anni, con la massima regolarità, il sacro recinto d'Olimpia ospitava un'Olimpiade. Soltanto la 211a fu rinviata di due anni per permettere la partecipazione di Nerone, impossibilitato a recarsi in Grecia per la data stabilita. L'imperatore vinse addirittura sei gare, tre delle quali furono organizzate per suo esplicito ordine. In seguito gli Elei dichiararono nulla quella manifestazione, per irregolarità nella data di svolgimento, ma si deve desumere che altre irregolarità furono commesse su ordine dell'imperatore, proprio per favorirne i successi. L'ultimo vincitore delle antiche Olimpiadi di cui si conosca il nome fu l'armeno Varazdat, che trionfò nel pugilato nel 369 dopo Cristo e cinque anni dopo fu incoronato re d'Armenia. Nell'impero romano, frattanto, la lotta al paganesimo si faceva sempre più aspra. Quando mancavano sedici giorni alle calende di luglio del 391 dopo Cristo, gli imperatori Graziano, Valentiniano e Teodosio emanarono un editto che suonò come una campana a morto per i giochi olimpici. A nessuno era permesso di fare sacrifici, di edificare templi ed aggirarsi nei pressi dei santuari. Il reo sarebbe stato condannato a pagare quindici libbre d'oro. Ad Olimpia, pertanto venne chiuso il recinto sacro agli antichi greci: i giochi olimpici furono aboliti per sempre.

Il ritrovamento di Olimpia
Per moltissimo tempo, dopo l'Editto di Teodosio del 391 d.C., i luoghi sacri a Zeus caddero nell'oblio più completo e le costruzioni dedicate al culto e all'agonismo subirono saccheggi e devastazioni: il fiume Cladeo ruppe gli argini e distrusse il ginnasio e parte degli edifici vicini; i terremoti del 522 e 551 fecero crollare il tempio consacrato a Zeus; il fiume Alfeo mutò il proprio corso e sommerse l'ippodromo; numerose frane trascinarono dal monte Kronion una gran quantità di detriti che contribuirono a devastare il sacro recinto. Dopo 13 secoli il padre benedettino Bernard de Montfaucon propose al cardinale Querini di effettuare ricerche archeologiche sulle sponde del fiume Alfeo, nel tentativo di trovare i resti delle costruzioni sacre a Zeus. La proposta non ebbe buon esito, ma servì a destare l'interesse di altri ricercatori. Nel 1765 Olimpia venne raggiunta dall'inglese Richard Chandler, uomo di chiesa e viaggiatore, che scoprì le rovine di un grande tempio di ordine dorico, probabilmente il tempio di Zeus. Nel 1829 la Francia inviò truppe per soffocare gli ultimi focolai della resistenza turca in Grecia. Al seguito c'erano scienziati e archeologi che cominciarono i primi sondaggi lungo i muri della cella di Zeus, facendo affiorare le metope del tempio. A Berlino, il 10 gennaio 1852, Ernst Curtius tenne una memorabile conferenza alla presenza del re di Prussia Federico Guglielmo IV, per auspicare la ripresa delle indagini archeologiche nel santuario. Riuscì nel suo intento ed effettuò sei campagne di scavi tra il 1875 ed il 1881. Finalmente, dopo un'enorme opera di sbancamento, tornarono alla luce le rovine degli edifici, che erano sepolte sotto sei metri di terra.
Pino Dangola

foto1:particolare di vaso a fig.rosse,VI sec. a.c.,pugno a martello,museo dell'agora di Atene
foto2:Bronzetto ellenistico di Ercole con corona di alloro,I sec d.c.,Collezione privata

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categoria:news, storia, curiosita
martedì, 15 aprile 2008

Curiosita': le frustate
Una delle caratteristiche del mondo antico Ellenico, strane alla nostra etica morale, erano le frustate photo 296:boxing"educative" e sopprattutto punitive. In tutti i settori sociali che questa pratica era molto usata,  apprezzata e qualche volta anche abusata. Dalla scuola alla guerra, la frustata era il simbolo di un rispetto rigoroso all'etica non solo educativa; secondo i greci questo sistema era "egualitario" e   disciplinava gli uomini.                       

Nel mondo atletico antico ellenico, i giudici e gli allenatori sono sempre rappresentati con la frusta (rhabdoi) tra le mani. Tale attrezzo di solito era di un arbusto di lygos, consistente ed elastico nello stesso tempo; si sceglieva di solito con due parti terminali che causavano  dolore nel colpo inferto e molto rumore nell'impatto ma non recante traumi. Il rumore connesso al dolore era fondamentale perche' le frustate venivano di solito effettuate in pubblico per umiliare maggiormente l'atleta.    Molti agonisti si lamentavanowrestling dell'abuso di tale pratica, un esempio famoso è il caso di Temistocle (raccontato da Erodoto) che ne aveva ricevuto alcune solo perchè in una competizione di corsa era partito prima dell'avvio ufficiale.
C'è comunque da aggiungere che i colpi non venivano mai effettuati sul capo del punito ma quasi sempre sulla schiena e sulle braccia. Forse all'origine di questa frusta "disciplinante" dell'epoca classica, c'era la ben più dura frusta "tradizionale" usata sugli atleti in secoli addietro (come rappresentata nella foto 2) cha aveva più lo scopo di recare danno e dolore che quello pedagogico, infatti era più doppia e di legno di ulivo. Questi trattamenti non venivano effettuati solo durante le manifestazioni e le gare ma anche all'interno della palestre o i ginnasi.

foto 1: Allenatore controlla con la frusta ragazzi in allenamento. Vaso da catalogare.
foto 2: Vaso a figure Nere,VI sec. a.c. Museo del Louvre,Parigi
          

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domenica, 06 aprile 2008

Eutimo: atleta ed eroe
Non è che sappiamo molto, della Magna Grecia di cui tanti parlano, e in verità sapendone ancora di meno. Ci è preziosa dunque ogni notizia, per poca che sia e magari poco credibile. Raccontiamo qui una storia che in qualche modo passò, letteralmente, anche qui da noi.
C’era sul Tirreno una città tanto antica che già Omero ne parla nel I dell’Odissea, Temesa, produttrice di bronzo e importatrice di ferro; fondazione, dice Strabone, degli Ausoni, poi venuta in mano degli Etoli di Toante, quindi ai Bruzi e ai Romani, che la chiamarono Tempsa. “
C’è vicino a Temesa un eroion cinto di ulivi selvatici, dedicato a Polite, uno dei compagni di Ulisse, che, ucciso a tradimento dai barbari si adirò contro di loro, finché impose agli abitanti un tributo secondo la sentenza dell’oracolo, e ci fu il proverbio che riguarda chi agisce di malavoglia, dicendosi che hanno addosso l’eroe di Temesa. Quando i Locresi Epizefiri presero la città, raccontano che il pugile Eutimo, sceso in battaglia contro di lui, lo vinse e costrinse a liberare gli abitanti dal tributo.
Anche Pausania
narra la storia di questo eroe di Temesa:Eutimo era per stirpe dei Locresi d’Italia, che abitano il territorio dello Zefirio sul promontorio, e si denominava dal padre Asticle; ma gli indigeni dicono che non era figlio suo, bensì del fiume Cecino, quello che, segnando il confine tra lo Stato locrese e quello di Reggio...
Dopo che vinse nel pugilato nella LXXIV Olimpiade, non doveva accadergli la stessa cosa nella seguente: infatti Teagene di Taso, volendo ottenere nella stessa le vittorie del pancrazio, batté Eutimo nel pugilato, ma non poté ottenere neppure lui la corona del pancrazio, perché esausto dopo la lotta con Eutimo. Perciò gli Ellenodici impongono a Teagene la pena sacra al dio di un talento, e un talento del danno inferto ad Eutimo, perché pareva loro che avesse scelto lo scontro di pugilato con Eutimo per tracotanza nei suoi confronti: perciò lo condannano a pagare ad Eutimo del denaro anche a titolo privato.
Nella LXXVII Olimpiade Teagene pagò al dio quel denaro e non affrontò quello nel pugilato. Quindi in quella e nella seguente Olimpiade Eutimo ottenne la corona del pugilato. La sua statua è opera di Pitagora e massimamente degna di ammirazione.
Tornato in Italia, combatteva contro l’eroe: e questo accadde così. Dicono che Ulisse vagando dopo la presa di Troia approdasse per azione dei venti in diverse città d’Italia e di Sicilia, e giunse anche a Temesa con le navi; uno dei suoi marinai, ubriaco, violò una vergine, e per questo delitto venne lapidato dagli abitanti. Ulisse non tenendo in alcun conto la sua perdita ripartì, ma l’anima dell’uomo lapidato continuamente uccideva gli abitanti di Temesa e infuriava contro ogni età, finché la Pizia, mentre non permetteva loro di lasciare del tutto l’Italia come intendevano, ordinò di placare l’eroe riservandogli un recinto sacro ed edificando un santuario, e consacrandogli ogni anno la più bella delle vergini di Temesa. Dopo aver compiuto quanto ordinato dal dio, non c’era loro alcun timore del demone. Ma Eutimo giunse a Temesa, e viene a sapere del costume vigente, e desiderò andare nel tempio e ammirare la vergine. Come la vide, prima fu colto da pietà, quindi da amore per lei: e la fanciulla giurò di sposarlo se la salvava, ed Eutimo, ben preparato, attendeva l’arrivo del demone. Ecco che lo vinceva in duello, e l’eroe se ne andava da quella terra e sparve scendendo nel mare, ed Eutimo ottenne splendide nozze, e i cittadini la libertà dal demone.
Circa Eutimo appresi anche un qualcosa del genere, che giunse a tardissima vecchiaia e, pur sfuggendo alla morte, si allontanò dagli uomini in qualche altro modo: ma ho sentito da uno che vi si recò per commercio che viveva a Temesa anche ai miei tempi.
Questo ho appreso, ma quello che so è perché mi sono imbattuto in un dipinto, che era imitazione di un dipinto antico: c’era il giovinetto Sibari e il fiume Calabro e la fonte Lica, e tra loro il demone che Eutimo scacciò, di pelle nerissima e terribile al massimo nell’aspetto, e si copriva di pelle di lupo; l’iscrizione posta al di sopra riferiva il nome Lica.

Queste ultime righe del passo sono controverse sotto l’aspetto testuale. Secondo altre letture, si darebbe il nome con cui veniva venerato il demone, Alibante, che significa “uomo morto”. La lezione Lica ha fatto pensare, certo con troppa abilità di congettura, ai Lucani.
Eutimo era dunque figlio di Asticle di Locri Epizefiri, ma gli stessi conterranei credettero o vollero credere fosse figlio del fiume Cecino. Ma questo fiume, ricordato anche da Tucidide, III, 103, era tra Locri e Reggio, e non, come vogliono arbitrariamente alcuni, il nostro Ancinale. Eutimo vinse anche nel 468 e nel 464, una carriera lunga e gloriosa, e bastante ad elevarlo al rango di eroe nel senso umano di combattente ed atleta valoroso. Gli venne eretta una statua, opera di Pitagora.
Strano, questo combattimento di un uomo vivo con il fantasma di un morto. Ma dell’esistenza storica dell’atleta, qualora se ne dubitasse, è sufficiente testimonianza l’iscrizione, conservata nel Museo di Olimpia, che recita: “
Io, Eutimo di Locri figlio di Asticle, tre volte vincevo le gare olimpiache. Io, Eutimo di Zefirio, la dedicai. La fece Pitagora di Samo.”
Che un atleta vivo abbia combattuto contro l’ombra di un antichissimo eroe, mostra la natura non letteraria, ma viva del mito presso i Greci. Un atleta di tale forza e coraggio (ricordiamo che il pugilato antico era assai più duro di oggi, spesso mortale), poteva facilmente venire assimilato agli eroi primigeni del popolo ellenico, Ercole Teseo Piritoo..., o forse a qualche antenato semidivino dello stesso Eutimo. Anche la sua lunghissima vita, fino ai tempi di Augusto!, è segno di un culto che forse veniva praticato in Tempsa da una confraternita di più o meno genuini discendenti del valoroso locrese.
Eutimo, per andare da Locri a Temesa, passò certamente lungo il dromos che da Reggio portava a Taranto, poi attraversò l’Istmo. Forse le folle delle città costiere lo accolsero e lo acclamarono, e qualche poeta dei nostri borghi compose inni per lui.
Ulderico Nisticò
foto 1:da catalogare

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categoria:atleti
sabato, 05 aprile 2008

La morte di Arrichion
Uno dei piu' celebri incontri dell'antichita' fù la finale di pancrazio ad Olimpia nel 564 a.c.che terminò con la morte di Arrichion, che vinse nell'ultimo sospiro prima del sonno eterno e fù ugualmente incoronato campione come era l'usanza nel mondo antico.
A noi sono giunti alcuni resoconti di questo avvenimento, secondo queste versioni, Arrichione, benche' strangolato dall'avversario, avrebbe avuto la prontezza e la forza di afferrare e spezzare un dito del piede al rivale, il quale stravolto dal dolore, avrebbe dichiarato la propria resa proprio un attimo prima che Arrichione stesso, definitivamente "soffocato", morisse. Si sa anche che il corpo di Arrichione fù premiato da vincitore  con la corona di ulivo e con tutte le onoranze che solo il vincitore poteva ricevere e tutti gli spettatori festeggiarono la vittoria del valoroso eroe benche' morto. Quella che segue e' una corta descrizione del combattimento secondo lo scrittore greco Filostrato vissuto nel II sec. d.c. :

Coloro che praticano il pancrazio,ragazzo mio,praticano una lotta pericolosa;bisogna infatti ricorrere a colpi sul viso,il che non e' certo sicuro per l'atleta,a intrecci di lotta nei quali e' possibile prevalere solo fingendo di soccombere e c'e' bisogno anche di astuzia e serrare l'avversario ora qui e ora la';entrambi i contendenti si contrastano con la caviglia,torcono il braccio senza smettere di colpire e balzare addosso all'antagonista;nel pancrazio,infatti,tutte queste tecniche,eccetto il mordere o il graffiare,sono consentite.
I Lacedemoni1,invece,ammettono anche queste mosse perche' credo che loro praticano la lotta per prepararsi alle battaglie;nelle gare dell'Elide2,pero',queste due tecniche sono vietate,mentre e' consentito soffocare l'avversario.Percio' l'avversario di Arrichione l'ha afferrato alla vita pensando di ucciderlo e gli ha messo il gomito sulla gola,bloccandogli la respirazione;e,conficcategli le gambe nell'inguine e inserite le punte dei piedi nella piega di ciascun ginocchio,ce l'ha fatta a soffocarlo per primo e un sonno mortale si e' insinuato tra gli organi della sensazione di Arrichione,ma nel momento in cui allenta la pressione delle gambe,non riesce a prevedere la tattica di Arrichione;questi,infatti,dopo aver respinto con violenza la pianta del piede a causa del quale il suo fianco destro correva pericolo,sicche' la piegatura del ginocchio pende inerte,afferra il suo avversario all'inguine,in modo da impedirgli qualsisi possibilita' di contrasto e,poggiandosi poi sul fianco sinistro e serrando con il suo ginocchio l'estremita' del piede del suo avversario,a causa del suo violento movimento in fuori,non consente all'osso del malleolo di rimanere al suo posto.
 da Immagini,II,6
Legenda: 1-spartani   2-Grecia
Foto: Teschio di giovane atleta con palma d'oro proveniente dal cimitero romano di  Aghios Nikolaos. Periodo dell'impero di Tiberio come la moneta conferma. Archaeological Museum of Aghios Nikolaos
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categoria:documenti
domenica, 30 marzo 2008

Dietetica antica: fichi e datteri
I fichi e i datteri sono tra i primi frutti coltivati (ed essicati), rappresentati ed esportati dall'uomo. Per il loro valore nutritivo (ricchi di minerali, proteine, carboidrati semplici e antiossidanti)  erano  cibi fondamentali per le attività bisognose di "energia" come: la guerra, i viaggi e logicamente lo sport...
Il fico, denominato in greco Sikon  era originario della Caria. La Mitologia racconta che Demetra portò il frutto "d' Autunno"  agli umani per i loro piacere e per il loro vigore: nell'antica Roma il fico invece era connesso al dio Bacco il quale era incoronato con le foglie di fico e ad ogni conquista i Romani piantavano quà e là alberi di fico. Nel periodo della Grecia classica il fico divento' talmente importante per il fabbisogno dei cittadini dell'Attica che Solone all'inizio del quinto secolo decreto' l'illegalità ad esportare fuori dalle città attiche questo frutto. 
Il fico divenne cosi' privilegiato che in alcune competizioni il maggior onore per il vincente era indossare la corona di foglie di fico, data come premio di virtù ed eccellenza. Nelle palestre, questi frutti, erano sempre presenti; nella loro versione secca erano consumati durante le faticose sessioni di lotta per recuperare le energie, infatti durante le pause gli atleti si cibavano di questo frutto che con la sua rapida assimilazione non dava problemi al continuo dell'allenamento.       
Questi frutti si usava mangiarli con la buccia che come sappiamo al giorno d'oggi contiene molte vitamine.
I medici consigliavano sempre di nutrirsi con questo cibo naturale durante le malattie e il famosoi-dates-honey scrittore Romano, Plinio dice: <il fico è ristorativo,essi incrementano la forza dei giovani, preservano la miglior salute nella vecchiaia dando anche l'apparenza giovanile con la mancanza di rughe>.                               
L'altro frutto degli agonisti antichi era il dattero, il cui nome, dal greco Dàktulos,significava "dito" per la sua similitudine alle dita della mano. Questi frutti venivano  (come ancora avviene attualmente) coltivati nelle zone semi-desertiche, essiccati al sole, ed esportati in tutti i luoghi dell'antichità. Per la sua ricchezza di fruttosio erano, mancando lo zucchero, una delle prelibattezze dolciarie del passato. Gli sportivi logicamente  ne' mangiavano a gran quantità specialmente prima e dopo l'allenamento. Grazie alle fibre contenute in questo frutto ,sappiamo ora, che l'assorbimento  graduale evita gli inalzamenti di glicemia e il rilascio graduale di glucosio è ottimo per attività sportive prolungate.

Foto 1: Cestino con fichi. Pittura parietale,Villa di Poppea. Oplontis, I sec.d.C. Torre Annunziata, Napoli.

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categoria:dietetica
domenica, 30 marzo 2008

Atleti del passato: Flavius Archibius
Archibius di Alessandria combattente di Pankration vissuto tra il primo e secondo secolo dell'era contemporanea. Gia' da ragazzo e' onorato con la vincita  a Nemea ai giochi Ageneioi. Nel 94 d.c. vince agli agoni Capitolini a Roma affascinando il pubblico per la sua forza e per la giovane eta'.
La sua carriera continua da adulto includendo due vittorie nel massimo torneo del mondo antico: Olimpia, nel 101 e nel 105 d.c..
Archibius e' campione anche a Delfi e ai Capitolia e per ben tre volte a Nemea. Esperto nel corpo a corpo della lotta, e nella proiezioni.
Oltre nel  Pancrazio infatti questo atleta vinse tre competizioni atletiche tenute ai giochi di Balbilleia a Efeso.
Ritiratosi continuo' come referente nelle associazioni atletiche.
(Moretti 186-191 1953)


foto: Bronzetto di lottatore romano con mano alzata in segno di vittoria. I-III sec. d.c. Collezione privata.

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categoria:atleti
sabato, 29 marzo 2008

Processi di valorizzazione e linguaggi dello sport
Da un po’ di tempo in qua – da tanto tempo in qua -, lo sport è attività fortemente valorizzata, sia se vissuta direttamente, sia se vissuta indirettamente. Per rendersi conto di ciò può essere sufficiente la riflessione intorno a due episodi lontani fra loro e pur estremi entrambi.
Per pugili e pancraziasti, il giureconsulto e pretoriano Ulpila – che andrà incontro ad una morte violenta nel 228 –, nel “certamen publicum”, giustifica l’uccisione dell’avversario. Il fine di gloria e virtù, nonché la spinta sociale costitutiva del traguardo, pare sanatura idonea per quella non lieve differenza dal paradigma della convivenza civile. Ad un giovane di Pavia, nel 1993, venne vietato temporaneamente l’accesso agli stadi. Era stato protagonista in episodi di violenza connessi alla pratica domenicale del gioco del calcio e, individuatolo, questura e magistratura agirono secondo abitudini consolidate. Il calcio, tuttavia, era per lui diventato qualcosa di tanto importante – una sorta di “assoluto” – che, dal provvedimento disciplinare subìto, fu indotto al suicidio.
Lo psicologo Riccardo Venturini, discutendone (in Coscienza e cambiamento, Cittadella editrice, Assisi 1995, pp. 203-205), osserva che “allorquando un obiettivo di vita venga soggettivamente vissuto con una amplificazione capace di infinitizzarlo, esso può essere considerato un obiettivo in senso lato religioso, capace cioè di fornire orientamento, senso e devozione”.La vita stessa, allora, sembrerebbe correlabile all’esito sportivo. La capacità di estendersi mentalmente a chicchessia e checchessia (persone o motori) fa sì che spettatori e atleti possano “scommettere” la medesima posta, che, di solito, consta di un sé più qualcosa. Gli studi relativi a civiltà scomparse o, meglio, fatte scomparire – come quelle mesoamericane -, d’altronde, ci raccontano di vittorie sportive come viatico per il sacrificio agli Dei. E lo stesso Achille – nel noto passo del XXIII canto dell’Iliade – indice s&igra