Che cosa resta dello spirito olimpico?
Lo spirito di Olimpia e' ormai tradito da tempo.
E non con il mercimonio (gia' all'epoca si vendeva di tutto,incluso il sudore imbottigliato degli atleti spacciato, per magica porzione). Non con il carozzone di dame,politicanti e fini pensatori al seguito (anche ai tempi antichi i sobri filosofi che avremmo studiato amavano vedere e farsi vedere dagli spalti).Neppure con l'eccesso di ideologia,nazionalismo da podio, religiosita' da scongiuro al nastro di partenza(non erano meglio i sacrifici a Zeus di centinaia di testicoli di toro o l'affermazione della superiorita' della razza greca).Il punto e' che a Olimpia,non come ad Atene 2004, Pechino 2008 (o altre moderne olimpiadi),ogni gara era un combattimento,senza esclusione di colpi,ma con l'esclusione garantita di ogni slealta' e corruzione. La sfida era brutale,violenta e metaforica. Alludeva alla filosofia stoica,esaltava la resistenza non meno della
potenza. Prevedeva un solo vincitore: agli altri,invece di premi consolatori, la vergogna. Era un'autentica reppresentazione del conflitto,materiale e sporco:sangue nell'arena, come quando il mestiere delle armi era uno scontro fra artigiani della violenza. Nell'epoca delle guerre tecnologiche, presunte asettiche, anche lo scontro sportivo e' stato diluito e la sfida per la sopravvivenza tramutata nella caccia a un bene immateriale (presumibilmente di lusso):il record.
Il tradimento dello spirito di Olimpia comincia paradossamente dal principio di De Coupertin(<l'importante non e' vincere,ma partecipare>),per quanto di facciata lo si voglia considerare.La rilevanza della vittoria nei Giochi era assoluta. Non c'erano medaglie d'argento e di bronzo per i secondi e i terzi. Non c'erano primati locali da segnare per dare un valore a presenze che la sconfitta marchiava. Sulla lapide di un pugile morto in una di quelle arene in cui si combatteva sotto il sole dei pomeriggi d'agosto, senza sosta, round, acqua, massaggi o consigli, finche' uno solo restava in piedi, fu scritto:<Aveva pregato Zeus di dargli o la corona o la morte>. Ed era stato accontentato. La gara era in realta' una selezione. Il trionfatore era <the last man standing>,il sopravvissuto, l'eletto,non dal caso,non dai brogli,ma dal merito. Il concetto ossessivamente permeava ogni disciplina. Quaranta combattenti entravano nella fangosa arena della lotta libera e si scambiavano ogni sorta di colpo finche' uno di loro restava in piedi. Quarantaquattro bighe, tirata ognuna da quattro cavalli,partivano sulla pista dell'antico ippodromo e la corsa piu' celebrata (la racconta Pindaro) fu quella in cui 43 concorrenti (e 172 animali) finirono a gambe all'aria e uno solo varco' il traguardo. Il confronto, come ogni selezione,era spietato. Nel Pankration,la specialita' piu' selvaggia, valeva tutto fuorche' strapparsi gli occhi. Se un combattimento non trovava un vincitore si andava ai "rigori": i colpi senza difesa, uno a testa, finche' qualcuno crollava. Ma anche in questo le regole erano sacre e il concorrente che, sorteggiato per iniziare,perforo' con le dita lo stomaco dell'avversario e ne estrasse le viscere,abbattendolo, fu squalificato perche' si considero' che avesse dato cinque colpi,uno per dita. La vittoria e la gloria toccarono all'altro,ma non e' chiaro se pote' goderne. Spettacoli non da signorine, verrebbe da pensare. A maggior ragione considerando che gli atleti gareggiavano nudi. Errore,invece. Le donne erano ammesse sugli spalti solo se non maritate, signorine appunto. per loro,assistere era considerato,come dire, educativo. Una donna sposata,se scoperta nelle tribune, era condannata a morte e gettata da una rocca. La civilta' greca ha avuto pubblicitari migliori di quella islamica. Ma lo spettacolo che offriva ogni quattro anni era autentico, uno specchio non deformato di quello che la razza umana era ed e'. Era cruento,volgare,erotico. Ci ricordava che, nel transito, su questo pianeta, molti assistono, pochi fanno , pochissimi ce la fanno. Ribadiva la necessita' del dolore ("agonia" e "agonismo" hanno radici comuni). Invitava a prendere il toro per le corna (letteralmente: c'era una specialita' che consisteva nel farlo e saltare oltre), a guardare il rivale negli occhi e
combatterlo con tutti i mezzi dati dalla natura, ma non da altro (<gareggerai alla pari e prevarrai con l'abilita', non con il denaro> era scritto).
Poi, hanno rivestito gli atleti, allargato il podio, messo fuori legge i colpi bassi e tollerato qualche vittoria comprata. Alla sfida per la vittoria si e' affiancata quella per il record,che ha finito per essere dominante. Una vittoria olimpica nelle discipline principali conta meno se non e' accompagnata dal record. I teleschermi hanno in sovrimpressione il dato record mondiale da battere e , perfino, quello dell'inutile record olimpico. Prevalentemente contabilizzato in minuti e secondi il record deriva dalla concezione introdotta dalla rivoluzione industriale per cui il tempo e' un valore e come tale puo' essere scambiato .Come un qualsiasi prodotto il record viene acquisito con sforzi (e,talora, sotterfugi), posseduto per un periodo di tempo limitato e poi ceduto ad altri,fatto circolare. Se il record non passa di mano acquista tuttavia una dimensione di valore particolare, tiratura limitata. Anche nell'antica olimpia ci fu quache caso di record, riportato dagli storici, non comprovato da appositi albi e federazioni. Si narra che un tale Phoilos avrebbe, nel salto in lungo, effettuato un volo di 17 metri. Roba da far impallidire il leggendario Bob Beamon di Citta' del Messico.Per tre motivi.Primo: sarebbe atterrato sette metri e spiccioli piu' avanti.addirittura oltre la pedana (rompendosi, nella circostanza, tutte e due le gambe). Secondo: anziche' in altura rarefatta l'avrebbe ottenuto nella fornace. Terzo: a Olimpia si saltava portando appresso dei pesi.
E qui sta il trucco del record moderno. Poiche',dati i limiti umani, arriverebbe alla soglia di produzione zero, non resta che modificare le condizioni in cui e' realizzato; il disco del pentatleta pesava il triplo di quello attuale, gli sprinter antichi correvano con l'armatura al posto del body in microfibra, il lottatore che si dava la carica macellando e mangiando un toro intero ingurgita qualcosa di molto meno vistoso e assai piu' tonificante. Quel baccanale che Tony Perrotet nel suo libro Naked Olimpics definisce <la Woodstock dell'antichita'> e' stato sostituito da un gioco televisivo senza frontiere con un cronometro o risultato che scorre in basso. Alla scadenza olimpica gli antichi decretavano tre mesi di tregua dalle dozzine di guerre in cui erano impegnati e di rado non li rispettavano. In questo i moderni hanno acquisito piu' coerenza : la guerra continua, lo spettacolo, non e' detto.
Gabriele Romagnoli





livello locale sia a livello panellenico. Gli epinici che gli atleti commissionavano a poeti come Pindaro, Bacchilide e Simonide possono essere letti anche come strumenti di propaganda: la recitazione pubblica di questi canti corali accompagnati dalla musica e dalla danza era un momento importante in cui i cittadini sentivano evocare non solo le gesta del vincitore, ma anche i miti fondatori della propria città. Ad Atene erano numerosi i personaggi eminenti che, spinti dal desiderio di onori (philotimia), partecipavano ai giochi sia direttamente prendendo parte alle gare sia indirettamente finanziandone l'organizzazione. Ci si attendeva naturalmente un ritorno in termini di prestigio e di fama presso i concittadini. Il connubio tra sport, politica e attività militare è particolarmente evidente a Sparta. In questa città gli esercizi fisici non erano un semplice passatempo, ma erano finalizzati ad educare i giovani guerrieri alla resistenza e all'abilità in battaglia. Per i soldati già formati la partecipazione alle gare costituiva invece una nobile distrazione in perfetto accordo con i valori dell'etica militare.