lunedì, 11 agosto 2008

Che cosa resta dello spirito olimpico?
Lo spirito di Olimpia e' ormai tradito da tempo.
E non con il mercimonio (gia' all'epoca si vendeva di tutto,incluso il sudore imbottigliato degli atleti spacciato, per magica porzione). Non con il carozzone di dame,politicanti e fini pensatori al seguito (anche ai tempi antichi i sobri filosofi che avremmo studiato amavano vedere e farsi vedere dagli spalti).Neppure con l'eccesso di ideologia,nazionalismo da podio, religiosita' da scongiuro al nastro di partenza(non erano meglio i sacrifici a Zeus di centinaia di testicoli di toro o l'affermazione della superiorita' della razza greca).Il punto e' che a Olimpia,non come ad Atene 2004, Pechino 2008 (o altre moderne olimpiadi),ogni gara era un combattimento,senza esclusione di colpi,ma con l'esclusione garantita di ogni slealta' e corruzione. La sfida era brutale,violenta e metaforica. Alludeva alla filosofia stoica,esaltava la resistenza non meno della potenza. Prevedeva un solo vincitore: agli altri,invece di premi consolatori, la vergogna. Era un'autentica reppresentazione del conflitto,materiale e sporco:sangue nell'arena, come quando il mestiere delle armi era uno scontro fra artigiani della violenza. Nell'epoca delle guerre tecnologiche, presunte asettiche, anche lo scontro sportivo e' stato diluito e la sfida per la sopravvivenza tramutata nella caccia a un bene immateriale (presumibilmente di lusso):il record.
Il tradimento dello spirito di Olimpia comincia paradossamente dal principio di De Coupertin(<l'importante non e' vincere,ma partecipare>),per quanto di facciata lo si voglia considerare.La rilevanza della vittoria nei Giochi era assoluta. Non c'erano medaglie d'argento e di bronzo per i secondi e i terzi. Non c'erano primati locali da segnare per dare un valore a presenze che la sconfitta marchiava. Sulla lapide di un pugile morto in una di quelle arene in cui si combatteva sotto il sole dei pomeriggi d'agosto, senza sosta, round, acqua, massaggi o consigli, finche' uno solo restava in piedi, fu scritto:<Aveva pregato Zeus di dargli o la corona o la morte>. Ed era stato accontentato. La gara era in realta' una selezione. Il trionfatore era <the last man standing>,il sopravvissuto, l'eletto,non dal caso,non dai brogli,ma dal merito. Il concetto ossessivamente permeava ogni disciplina. Quaranta combattenti entravano nella fangosa arena della lotta libera e si scambiavano ogni sorta di colpo finche' uno di loro restava in piedi. Quarantaquattro bighe, tirata ognuna da quattro cavalli,partivano sulla pista dell'antico ippodromo e la corsa piu' celebrata (la racconta Pindaro) fu quella in cui 43 concorrenti (e 172 animali) finirono a gambe all'aria e uno solo varco' il traguardo. Il confronto, come ogni selezione,era spietato. Nel Pankration,la specialita' piu' selvaggia,  valeva tutto fuorche' strapparsi gli occhi. Se un combattimento non trovava un vincitore si andava ai "rigori": i colpi senza difesa, uno a testa, finche' qualcuno crollava. Ma anche in questo le regole erano sacre e il concorrente che, sorteggiato per iniziare,perforo' con le dita lo stomaco dell'avversario e ne estrasse le viscere,abbattendolo, fu squalificato perche' si considero' che avesse dato cinque colpi,uno per dita. La vittoria e la gloria toccarono all'altro,ma non e' chiaro se pote' goderne. Spettacoli non da signorine, verrebbe da pensare. A maggior ragione considerando che gli atleti gareggiavano nudi. Errore,invece. Le donne erano ammesse sugli spalti solo se non maritate, signorine appunto. per loro,assistere era considerato,come dire, educativo. Una donna  sposata,se scoperta nelle tribune, era condannata a morte e gettata da una rocca. La civilta' greca ha avuto pubblicitari migliori di quella islamica. Ma lo spettacolo che offriva ogni quattro anni era autentico, uno specchio non deformato di quello che la razza umana era ed e'. Era cruento,volgare,erotico. Ci ricordava che, nel transito, su questo pianeta, molti assistono, pochi fanno , pochissimi ce la fanno. Ribadiva la necessita' del dolore ("agonia" e "agonismo" hanno radici comuni). Invitava a prendere il toro per le corna (letteralmente: c'era una specialita' che consisteva nel farlo e saltare oltre), a guardare il rivale negli occhi e combatterlo con tutti i mezzi dati dalla natura, ma non da altro (<gareggerai alla pari e prevarrai con l'abilita', non con il denaro> era scritto).                                     
Poi, hanno rivestito gli atleti, allargato il podio, messo fuori legge i colpi bassi e tollerato qualche vittoria comprata. Alla sfida per la vittoria si e' affiancata quella per il record,che ha finito per essere dominante. Una vittoria olimpica nelle discipline principali conta meno se non e' accompagnata dal record. I teleschermi hanno in sovrimpressione il dato record mondiale da battere e , perfino, quello dell'inutile record olimpico. Prevalentemente contabilizzato in minuti e secondi il record deriva dalla concezione introdotta dalla rivoluzione industriale per cui il tempo e' un valore e come tale puo' essere scambiato .Come un qualsiasi prodotto il record viene acquisito con sforzi (e,talora, sotterfugi), posseduto per un periodo di tempo limitato e poi ceduto ad altri,fatto circolare. Se il record non passa di mano acquista tuttavia una dimensione di valore particolare, tiratura limitata. Anche nell'antica olimpia ci fu quache caso di record, riportato dagli storici, non comprovato da appositi albi e federazioni. Si narra che un tale Phoilos avrebbe, nel salto in lungo, effettuato un volo di 17 metri. Roba da far impallidire il leggendario Bob Beamon di Citta' del Messico.Per tre motivi.Primo: sarebbe atterrato sette metri e spiccioli piu' avanti.addirittura oltre la pedana (rompendosi, nella circostanza, tutte e due le gambe). Secondo: anziche' in altura rarefatta l'avrebbe ottenuto nella fornace. Terzo: a Olimpia si saltava portando appresso dei pesi.
E qui sta il trucco del record moderno. Poiche',dati i limiti umani, arriverebbe alla soglia di produzione zero, non resta che modificare le condizioni in cui e' realizzato; il disco del pentatleta pesava il triplo di quello attuale, gli sprinter antichi correvano con l'armatura al posto del body in microfibra, il lottatore che si dava la carica macellando e mangiando un toro intero ingurgita qualcosa di molto meno vistoso e assai piu' tonificante. Quel baccanale che Tony Perrotet nel suo libro Naked Olimpics definisce <la Woodstock dell'antichita'> e' stato sostituito da un gioco televisivo senza frontiere con un cronometro o risultato che scorre in basso. Alla scadenza olimpica gli antichi decretavano tre mesi di tregua dalle dozzine di guerre in cui erano impegnati e di rado non li rispettavano. In questo i moderni hanno acquisito piu' coerenza : la guerra continua, lo spettacolo, non e' detto. 

Gabriele Romagnoli
  

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sabato, 01 marzo 2008
Olimpiadi: Ideologia di potere e gare

Il 13 agosto 1936 il filologo Victor Klemperer annotava nel suo diario: "Le Olimpiadi che ora si concludono mi risultano insopportabili per due ragioni: 1) la folle sopravvalutazione dello sport; l'onore di un popolo dipende dal fatto che un concittadino salti dieci centimetri più in alto di tutti gli altri. [...]  2) detesto tanto le Olimpiadi perché lo sport non c'entra - intendo dire da noi -, ma è solo e soltanto un'operazione politica. 'Rinascimento tedesco grazie a Hitler' ho letto recentemente. È un continuo far credere al popolo e agli stranieri che qui si sta vivendo un momento di progresso, di fioritura, che sta nascendo un nuovo spirito, l'unità, la solidarietà e la prosperità, naturalmente si tratta dello spirito del terzo Reich, ovvero di uno spirito pacifico, che abbraccia con amore il mondo intero. Gli altoparlanti sono vietati (per tutta la durata delle Olimpiadi), la persecuzione degli ebrei, i toni guerrafondai e tutto ciò che vi era di equivoco sono spariti dai giornali fino al 16 agosto, e fino a quella data saranno esposte ovunque, giorno e notte, le bandiere con la croce uncinata. [...] Le 'centinaia di migliaia di persone' che sono ora a Berlino sono state portate lì dall'organizzazione Kraft und Freude; gli stranieri ai quali 'la Germania si offre come un libro aperto' - ma chi ha scelto e preparato i passi sui quali il libro è stato aperto? - non sono molto numerosi e gli affittacamere a Berlino si lamentano".
Benché l'"ideale olimpico" immaginato dal barone Pierre de Coubertin prevedesse la pace universale, la non discriminazione razziale, l'estraneità della politica rispetto alle competizioni, in realtà la storia e la preistoria delle Olimpiadi moderne non possono essere comprese se non si tiene conto della strumentalizzazione politica e della pressione ideologica di cui sono oggetto le manifestazioni sportive. Le Olimpiadi di Berlino del 1936 costituiscono senza dubbio l'esempio più lugubre di sfruttamento a fini propagandistici di questo evento. Ma fin dalle sue origini lo sport moderno è "costitutivamente" intrecciato con la politica. È stato infatti il nazionalismo ottocentesco a fornire le basi ideologiche per la nascita della ginnastica nei paesi scandinavi e tedeschi. Non è un caso che il padre della ginnastica svedese, Per Henrik Ling, fosse membro attivo di un'organizzazione patriottica, la cosiddetta "Società gotica"; i Turnvereine, associazioni di ginnasti tedeschi, recavano sulle loro insegne le misteriose cifre 9, 919, 1519, 1819 che corrispondevano rispettivamente alla data della vittoria del germano Arminio sulle legioni romane, a quella dell'organizzazione del presunto primo torneo del Sacro Romano Impero, a quella dell'ultimo, e finalmente alla data della rinascita dello sport in Germania. L'esempio tedesco si diffuse un po' ovunque in Europa. I Sokols, fondati a Praga nel 1862, avevano come scopo di educare ai valori nazionali cechi attraverso l'esercizio fisico. I loro adepti portavano una camicia rossa che si ispirava a quella garibaldina. All'indomani della guerra franco-prussiana i dirigenti francesi individuarono le cause della sconfitta della Francia nel suo sistema educativo che non contemplava, a differenza di quello tedesco, la ginnastica. Così nel 1882 l'educazione fisica venne introdotta nelle scuole e i ragazzi furono organizzati in "Battaillons Scolaires" dove praticavano esercizi fisici e militari.
L'altra corrente da cui prende origine lo sport moderno, quella dei giochi di squadra praticati nei college inglesi, aveva finalità politiche meno immediate, ma non per questo meno importanti. Nella tradizione anglosassone infatti la pratica sportiva è concepita come una scuola morale e civica che deve formare ai valori liberali della competizione leale, del rispetto delle regole, della definizione dei rapporti tra individuo e collettività. La celebre poesia If di Kipling contiene un'illustrazione perfetta di questi valori. Ad accomunare le due tradizioni, quella continentale e quella anglosassone, è il richiamo imprescindibile alla civiltà greca: nei nomi delle discipline, nei riti, nei simboli, nella retorica tutti i padri dello sport moderno pretendevano di resuscitare la tradizione della Grecia antica.Ma quanto vi è di autenticamente greco nella mitologia dello sport moderno e quanto è frutto di una mistificazione storica? L'auspicio espresso da de Coubertin che la politica non interferisse nello sport non sembra essere stato condiviso dagli antichi. Lo sport costituì un fattore di primaria importanza nella vita politica greca in tutte le fasi della sua storia. Le competizioni atletiche ed equestri erano un'attività "visibile" e prestigiosa, capace di mobilitare tutta la popolazione di una città. Certo, per intensità e diffusione sociale lo sport greco non è un fenomeno di massa nel senso in cui lo intendiamo oggi: le infrastrutture economiche antiche erano incomparabilmente più modeste e così la specializzazione degli atleti e il tempo consacrato alle manifestazioni agonistiche (in una città si svolgevano in media tre concorsi ogni anno). Tuttavia lo sport permeava la vita della società greca ed esercitava su di essa un grande impatto. I politici ne erano consapevoli e cercavano di sfruttare il suo grande potenziale propagandistico. Nell'epoca arcaica molti atleti erano nello stesso tempo generali e uomini politici: sport e politica costituivano, per così dire, forme diverse e complementari in cui si configuravano i conflitti e le lotte tra i clan sia a livello locale sia a livello panellenico. Gli epinici che gli atleti commissionavano a poeti come Pindaro, Bacchilide e Simonide possono essere letti anche come strumenti di propaganda: la recitazione pubblica di questi canti corali accompagnati dalla musica e dalla danza era un momento importante in cui i cittadini sentivano evocare non solo le gesta del vincitore, ma anche i miti fondatori della propria città. Ad Atene erano numerosi i personaggi eminenti che, spinti dal desiderio di onori (philotimia), partecipavano ai giochi sia direttamente prendendo parte alle gare sia indirettamente finanziandone l'organizzazione. Ci si attendeva naturalmente un ritorno in termini di prestigio e di fama presso i concittadini. Il connubio tra sport, politica e attività militare è particolarmente evidente a Sparta. In questa città gli esercizi fisici non erano un semplice passatempo, ma erano finalizzati ad educare i giovani guerrieri alla resistenza e all'abilità in battaglia. Per i soldati già formati la partecipazione alle gare costituiva invece una nobile distrazione in perfetto accordo con i valori dell'etica militare.
Tradizionalmente la storia dello sport nella Grecia antica viene presentata secondo lo schema del declino e della degenerazione. Ad un breve periodo in cui l'attività sportiva era praticata soltanto dagli aristocratici e il premio della vittoria dei giochi panellenici consisteva in una simbolica corona di fiori, sarebbero seguite già in età classica la democratizzazione e il professionismo degli atleti. La nascita del ginnasio tra il 600 e il 500 a.C. segnò una svolta capitale in questo processo sia sul piano pratico sia su quello ideologico. L'istituzione del ginnasio, aperto anche ai cittadini delle classi inferiori, sottrasse infatti ai nobili il monopolio dello sport permettendo ai cittadini non aristocratici di partecipare ai giochi locali che prevedevano premi in denaro. In seguito alle vittorie locali anche gli atleti meno abbienti avevano la possibilità di sostenere le spese delle trasferte, di pagare l'allenatore, di consacrare il proprio tempo agli allenamenti. Per i sostenitori della teoria del declino la professionalizzazione dello sport avrebbe trasformato i cittadini della polis greca da una nazione di atleti in una nazione di spettatori. Parallelamente la forma disinteressata del periodo arcaico avrebbe ceduto il posto ad una sorta di mercificazione dei nobili valori dell'atletismo. Questa visione pessimistica si basa sulla polemica condotta da numerosi scrittori antichi contro diversi aspetti dello sport. Già nel VI secolo Senofane criticava gli onori eccessivi che la città tributava ai vincitori delle gare, ed esclamava indignato che il suo sapere di poeta-filosofo era "migliore della forza di uomini e cavalli". Un riflesso di questo sentimento si trova anche in Platone quando fa dire a Socrate davanti ai giudici che non merita di essere condannato a morte, e che anzi dovrebbe ricevere un premio per ciò che ha fatto: "Che cosa conviene ad un uomo che è povero, che è vostro benefattore e che chiede solo di aver tempo libero per potervi esortare? Non c'è nulla che si addica di più, o cittadini ateniesi, se non che un uomo come questo venga nutrito a pubbliche spese nel Pritaneo, assai più che non si addica a uno di voi che con un cavallo o un cocchio o una quadriga abbia vinto nei giochi delle Olimpiadi. Infatti costui vi fa credere felici, e io invece vi faccio essere felici. E mentre lui non ha bisogno di ricevere alimenti, io ne ho bisogno" (Apologia di Socrate 36 d-e). Oltre al conflitto tra agonismo sportivo e sophia, a partire dal 400 a.C. la polemica fu diretta anche contro la specializzazione degli atleti e le loro abitudini.
Più recentemente alcuni storici, basandosi non soltanto sulle fonti letterarie, ma anche su quelle epigrafiche, hanno modificato la visione "degenerativa" dello sport greco. Nello studiare questo come altri fenomeni sociali il rischio è di proiettare nel passato categorie concettuali che sono valide per l'epoca moderna, ma non necessariamente per quella antica. Così uno storico inglese affermando che "quando il denaro fa la sua comparsa nello sport, la corruzione è inevitabile" esprime una valutazione condizionata dalla sua sensibilità di uomo contemporaneo. Nella Grecia antica acquisire ricchezze attraverso l'attività agonistica era considerato non meno legittimo che arricchirsi attraverso l'attività imprenditoriale, quella politica o il risparmio. Anche la distinzione tra "professionisti" e "dilettanti" sembra anacronistica se applicata alla Grecia, almeno quella classica ed ellenistica. Le numerose iscrizioni che celebrano gli atleti testimoniano che lo sport non fu mai considerato un mestiere vero e proprio. Soltanto la professione dell'allenatore è chiamata "techne". Questo prova che l'ideologia degli atleti era fortemente condizionata dalla morale aristocratica, i cui esponenti continuarono a consacrarsi all'agonismo sportivo ben al di là dell'età arcaica. Coraggio, forza, bellezza, resistenza fisica, tutti valori già cantati da Omero e da Pindaro, sono gli stessi che vengono esaltati anche dal trattato di ginnastica di Filostrato nel II secolo d.C.
In generale l'effetto delle critiche degli intellettuali deve essere stato piuttosto scarso. L'invettiva violenta che nell'Autolico Euripide scaglia contro l'eccessivo professionismo dei campioni suoi contemporanei non gli impedì tuttavia di scrivere un epinicio in onore della vittoria di Alcibiade alle Olimpiadi del 416. L'analisi dell'insieme della documentazione prova che lo sport godette a lungo di una grande popolarità nella società greca. Se le classi popolari non partecipavano in modo significativo alle competizioni, nondimeno le seguivano con passione e coinvolgimento da spettatori. L'allenamento era ritenuto una disciplina positiva e rispettabile e la pratica di ricompensare gli atleti ebbe lunga vita. Inoltre la ginnastica continuò a costituire una parte fondamentale dell'educazione dei giovani e il ginnasio era un'istituzione centrale nella vita cittadina ancora in epoca romana. Il declino dello sport greco non è direttamente imputabile quindi né alla democratizzazione dell'età classica né alla decadenza della polis e alla sua progressiva perdita di autonomia in epoca ellenistica. Fino al III secolo d.C. lo sport continuò a godere di buona salute. La sua fine fu accelerata proprio allora, quando le élites cittadine si disgregarono sotto il peso sempre più insostenibile della tassazione romana. Venne meno in questo modo la base materiale necessaria per l'organizzazione e il finanziamento dell'atletismo cittadino.
A livello ideologico il colpo finale fu inferto dal cristianesimo con la sua condanna del corpo, degli esercizi fisici e dei giochi in onore delle divinità pagane. Il 393 d.C., anno in cui l'imperatore Teodosio soppresse ufficialmente i giochi olimpici vecchi di più di mille anni, può essere preso come data simbolica della morte dell'atletismo greco. 

Pierluigi Lanfranchi
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